Cronache Georgiane – Verso il Khakheti

La cronaca di oggi la scrivo io 😀

Abbiamo davanti una lunga lunga mattinata di viaggio per scendere dal Kazbegi e spostarci poi verso est fino in Khakheti. Praticamente è come andare dal Trentino Alto Adige alla Toscana, sia come paesaggio che come temperatura, passiamo dal formaggio al vino, il vino più antico del mondo.

Ci svegliamo presto presto così da avere tutto il tempo per goderci la strepitosa colazione al Rooms Hotel: oggi l’omelette fatta al momento la prendo anch’io!

E mentre siamo lì a sorseggiare i nostri succoni freschi ecco che il monte Kazbeg decide di salutarci mostrandoci il cucuzzolo, due minuti non di più eh, il tempo di una foto.

Le prime ore di macchina le passiamo in silenzio, leggendo un po’ di storia della mitica Santa Nino e sonnecchiando e mangiucchiando albicocche churchkhela e muffin al cioccolato rubati in hotel.

Prima di andare a est verso Sighnaghi, il capoluogo del Kakheti, faremo tappa al complesso monastico di David Garej, al confine con l’Azerbaigian, talmente tanto al confine che da qualche mese alcune sue strutture sono inaccessibili dalla parte georgiana.

Sono 186 km ma tra i continui tornanti a scendere, la tangenziale di Tbilisi e poi lo sterrato, Bacho stima quasi 6 ore di viaggio.

A mezzogiorno tappa tecnica per fare benzina e giro a una specie di autogrill dove scopriamo due prodotti tipici del posto: la birra tedesca in bottiglioni di plastica da due litri e mezzo, e i canestri di popcorn aromatizzati. Compriamo le solite minchiate e possiamo ripartire.

In questo momento abbiamo lasciato Tbilisi alle nostre spalle, Bacho schiaccia sul pedale intanto che la strada è abbastanza buona (abbastanza) e Mariam ha messo la musica: Bossanova Brasiliana! Mariam, come forse la maggior parte dei georgiani, ama la musica, canta anche in un coro e ha preparato sul telefono alcune playlist di canzoni, molte tradizionali di cui ci spiega sempre il significato e che sceglie a seconda del posto in cui siamo e del moto del viaggio. Le canticchia anche. E ieri dopo aver ascoltato i cantori alla Trinità Church di Gergeti, io nel mio piccolo le ho voluto far ascoltare un nostro canto e così tra quelle montagne ho cantato la Salve Regina, e lei era così interessata tanto da farmi anche un video 🥴

Ah, abbiamo un compito ufficiale eh, un po’ come a Pechino Express. Imparare Suliko, la canzone preferita di Stalin, di cui Mariam ci ha dato le parole traslitterate nel nostro alfabeto. È una canzone tristissima, ovviamente, parla di un uomo che cerca la sua Suliko e non la trova, la cerca ovunque ma niente, poi alla fine la trova al cimitero.

Rettifica delle ore 14: il Khakheti non è come la Toscana ma come l’entroterra del sud Italia. Tutto secco e giallo, ma Bacho dice che a maggio è verdissimo e a giugno pieno di vipere tanto che non ci portano i turisti… La terra è buona, butti un seme e cresce qualcosa: alberi da frutto e recentemente hanno piantato ettari ed ettari di nuovi mandorli.

Sulla mappa sono segnati due laghetti che però nella realtà non ci sono. Uno del tutto sparito l’altro, con solo un fondale umido e sabbioso.

Fa caldo, umidissimo, si suda, il cielo coperto non offre la luce giusta per le foto. Arriviamo a destinazione che sono le 15, visitiamo la grotta scelta da David Garej come sua dimora, il monastero di Lavra e saliamo fino alla Fontana miracolosa che però è chiusa.

Oltre non si può andare: ci sono quattro soldati che piantonano una linea invisibile. Oltre quella linea fino a un mese fa ci si sarebbe aperta la magnificenza del monastero di Udabno con le sue decine di celle affrescate. Ma è territorio dove gli Azeri (i cui soldati scorgiamo in cima al costone) stanno mettendo la punta del piede…

(Si noti il soldato sullo sfondo che sorveglia il nostro selfie)

Quindi è un po’ una delusione, più che altro per la strada lunga e mortale che abbiamo fatto per arrivare fin qua.

Che si fa? Intanto compriamo il nuovo cappello di lana per sbrendon fatto dai monaci, poi ci perdiamo per le colline bruciate alla ricerca di una cache che poi invece troveremo comodamente lungo la strada e poi, soprattutto, pranziamo alla Udabno Terrace! Un posto eccezionale (al pari del chiosco sul Gombori Pass in Kakheti), uno di quei posti che dici “ma perché esistono? e perché proprio qua?”. Siamo in mezzo al nulla, in una zona piattissima e caldissima, ma in cima alla terrazza tira un leggero venticello e il khachapuri non può essere più buono!

Le sorprese della giornata non sono ancora finite… Mariam ci aveva detto che ci avrebbe voluto far conoscere una allevatrice di bachi da seta: ma perché? ma soprattutto proprio oggi che abbiamo fatto 250 km passando da 18 a 35 gradi e abbiamo ancora tre ore per arrivare a Sighnaghi? Sì! E quindi alle 17 entriamo a casa di Lamara: in realtà ci sembra di essere in un sogno, che all’inizio è un po’ un incubo ma poi -come sempre succede quando ti rilassi, parli, ti fidi- diventa una bellissima realtà (che racconteremo in un post a parte).

Salutiamo Lamara, Bubu, Kukusha e tutti gli altri amici della fattoria che è già buio. A Sighnaghi ci aspetta una stanza che è più grande di casa nostra: sono le dieci, ci facciamo una doccia, una tisana e ciao buonanotte.

Categorie: Uncategorized | Tag: , | Lascia un commento

Cronache Georgiane – Ushguli

Ushguli significa “cuore che non conosce paura”. Quello che devono avere le persone (meno di 300) che ci vivono tutto l’anno, a 2.050 metri: è il centro abitato più alto d’Europa, se vogliamo considerare la Georgia in Europa.

Siamo a 40 km a est di Mestia. La strada per raggiungerlo è terribile in estate. Sterrata (eufemismo) con alcuni punti a strapiombo sull’Enguri che corre vorticoso e grigio 50 metri sotto. Che è meglio guardare dall’altra parte. D’inverno è chiusa. C’è solo l’elicottero, anche per i turisti.

Siamo sotto la montagna più alta della Georgia, il Shakhara con il suo enorme ghiacciaio. Che è difficilissimo vedere in tutta la sua ampiezza e lunghezza ma che noi abbiamo visto grazie a una particolare congiuntura atmosferica che ci ha accompagnato per tutto il viaggio (e che potrebbe semplicemente chiamarsi riscaldamento terrestre), anche oggi.

Nei quattro nuclei in cui è diviso vivono famiglie di contadini e allevatori: strade e viottoli interni sono pieni di merda di mucca e cavallo. E di mucche e cavalli. E maiali. Ce ne sono davvero tantissimi ovunque liberi che vanno e vengono come se sapessero la strada.

Quasi ogni casa offre servizi di guesthouse e cavalli per passeggiare nella enorme e soleggiata vallata, cosa che mi ha stuzzicato non poco ma non abbastanza…

Turisti ce ne sono, camminatori esperti con zainoni tende bastoni corde, roba seria, gente che fa il ghiacciaio. Ushguli è una via di mezzo tra Mazeri (il nostro posticino segreto qui in Svaneti) e l’affollatissima e popolarissima Kazbegi, che sei su in due ore da Tbilisi con la strada asfaltata.

Ma soprattutto ci sono le torri. Più di venti e molto ravvicinate tra loro per cui offrono scorci fotografici di un certo livello. Sono tutte costruite con lo stesso orientamento, di sbieco rispetto al pendio così che se cade la neve lo spigolo la taglia.

E poi c’è una chiesetta. È una Lamari, dedicata a Maria e sede del vescovo della zona. Con la sua bella torre difensiva accanto e un custode taciturno. E gli affreschi del XII secolo.

Ne abbiamo viste tante in questo viaggio ma questa – affacciata sul ghiacciaio da un balcone di prato – è l’unica in cui mi sono seduta dieci minuti su un cuscino duro sulla pietra.

Siamo arrivati la sera per cena e avevamo solo voglia di una doccia che abbiamo fatto con la torcia del telefono perché era andata via la luce e la stavano facendo col generatore. L’indomani a colazione abbiamo festeggiato i 40 anni di Mariam con quattro candeline comprate a Mestia, poi abbiamo deciso di prendercela un po’ comoda… eravamo un po’ stanchi ma soprattutto avevamo davanti 6-7 ore di macchina per tornare prima a Zugdidi per l’ultima cena megruli e poi a Kutaisi.

Non siamo saliti al ghiacciaio, ma abbiamo gironzolato in paese, preso una cache e siamo scesi al fiume che qui in certi tratti sembrava non dico accessibile ma almeno avvicinabile.

Ho pucciato i piedi, io mi ricordo l’acqua del Cervo a Rosazza, ecco l’acqua che scende dal ghiacciaio è un’altra cosa: 5 secondi, non di più, se penso che Chabu Qaldani c’è stato immerso tre ore…

È giunto il momento di ripartire e lasciare lo Svaneti, questa regione stranamente remota: guardi la mappa, pensi al tempo che ci è voluto per arrivarci, praticamente a passo d’uomo, ripensi alla storia di questo popolo fiero e inconquistabile, a queste terre per secoli inaccessibili tanto da aver sviluppato una loro lingua e una loro cultura non scritta, e poi ti guardi intorno ed è tutto così aperto, così naturale; ti resta una strana sensazione di lontananza e vicinanza insieme, di estraneità e di appartenenza, di un antico legame forse solo immaginato che nasce e si perde chissà dove.

Categorie: Uncategorized | Tag: , | Lascia un commento

Geocaching in Caucaso

Quest’anno dopo anni di ritrovamenti e oltre 250 cache abbiamo scoperto le liste. Che sono particolarmente utili all’estero quando siamo senza roaming. Prima di partire da casa ti salvi elenchi di cache con relative coordinate, suggerimenti e tutto e le scarichi sul telefono. Poi quando sei sul posto usi solo il GPS del telefono e il gioco è fatto! E noi che l’anno scorso per l’Ecuador avevamo stampato tutto…

Poi, che il geocaching ogni volta che lo racconti affascina sempre molto l’avevamo già scoperto ma mai come quest’anno: Mariam la nostra guida si è presa davvero bene e ci ha seguito nelle nostre cacce georgiane, facendo foto e video che pubblica sui suoi social ed esultando con noi!

Ecco qui, come da tradizione, il resoconto cronologico dei ritrovamenti, da leggere da sotto in su:

26. 🇬🇪 Ed ecco l’ultima! Sbrendon sì è avventurato dietro un muro di pietre e rovi vicino alla cattedrale di Bagrati a Kutaisi, supportato dalla sempre fedele Mariam (io piegata dal caldo ho aspettato seduta all’ombra).

25. 🇬🇪 Scendendo all’impazzata dallo Svaneti, 10′ di sosta per cercare quanta cache che promette una bella view sull’Enguri. La trova Mariam tra una telefonata e l’altra (oggi è il suo compleanno e ne ha ricevute cento!)

24. 🇬🇪 Poteva forse mancare una earthcache? L’abbiamo trovata a Mazeri, località segreta dello Svaneti, salendo verso le cascate, nei pressi di una sorgente di acqua minerale bella fresca ma talmente salata, frizzante, ferrosa da essere quasi imbevibile per la maggior parte delle persone, Zaza escluso ovviamente…

23. 🇬🇪 Mestia, sul ghiacciaio del Chaladi!!!! Che avventura! È la prima volta che ci spingiamo così su!

22. 🇬🇪 Mestia, accanto al Museo Etnografico dello Svaneti.

21. 🇬🇪 Svaneti, posto imprecisato sulla strada verso Mestia. Cache eccezionale per posizione e storia nella roccia che costeggiava la vecchia strada (prima che scavassero il tunnel). Ci siamo divertiti tutti e quattro!

20. 🇬🇪 Gori, all’esterno del museo di Stalin, dentro la struttura del suo treno personale.

19. 🇬🇪 Upklistske. Fuori dalla città rupestre (le cache devono sempre essere posizionate in luoghi pubblici, accessibili da tutti gratuitamente, meglio se 24/24) troviamo una grosso scatola dietro una pietra tra alcuni ulivi sofferenti.

18. 🇬🇪 L’ultimo ritrovamento nella capitale lo facciamo all’ingresso dei giardini botanici sopra Abanotubani dopo aver spostato, come suggeriva la hint, una intera siepe di edera… Amuchinaaaaaaaa!

17. 🇬🇪 Anche la mega cattedrale Tsminda Sameba che svetta in cima alla collina con la sua cupolona dorata nasconde una piccola e facile cache!

16. 🇬🇪 Classico esempio di cache posizionata al termine di un lungo e faticoso percorso quale award. Nello specifico, questa era messa in cima alla mortale scalinata che porta alla mitica enorme statua della Grande Madre Georgia.

15. 🇬🇪 Caccia in capitale oggi… questo facile rullino magnetico era attaccato sotto una panchina fuori la chiesa di Jvari Mama in città vecchia.

14. 🇬🇪 Tbilisi! Bella magnetica attaccata alla grata di una finestra della vecchia stazione della funicolare costruita in epoca sovietica e abbandonata dopo un incidente.

13. 🇬🇪 Gombori Pass. Cache del tutto inaspettata, non pensavamo che avremmo fatto questa strada per tornare a Tbilisi dal Khakheti. classico caso di cache che ti fa scoprire posti eccezionali, come il Larbucks un bizzarro chiosco a meno di mezza collina lungo la strada dove si beve caffè grappa e si gode di un panorama strepitoso. Il gestore gestisce sia il chiosco che la cache.

12. 🇬🇪 David Garej. Sulla strada (lunga e maledetta) 500 metri prima di arrivare al complesso monastico nell’estremo sud del paese al confine con l’Azerbajan. Fatica polvere e sudore.

11. 🇬🇪 Valle di Truso. Il Paradiso in Terra. Cache abbastanza anonima, in prossimità di una distesa di travertino, considerando appunto tutto ciò che c’era intorno 🥴

10. 🇬🇪 Gergety Trinity Church. È il simbolo della Georgia rappresentato in ogni libro souvenir cartolina. La cache è nascosta lungo un sentiero non battuto dietro la chiesa che permette di vedere scorci inusuali! È stata la prima cache trovata da Mariam!

9. 🇬🇪 Fortezza di Ananuri lungo la Strada Militare Georgiana. Si affaccia su un lago artificiale creato dai sovietici per costruire una centrale idroelettrica.

8. 🇬🇪 Jvari church. Pochi chilometri fuori Tbilisi, la chiesa dove c’è la croce piantata da Nino Tsminda (la mitica Santa Nino, colei che portò il cristianesimo in Georgia) in un punto sopraelevato all’incrocio dei due fiumi.

Dopo due giorni di stop a causa di giornate troppo dense tra i monasteri armeni, di ritorno in Georgia e anche grazie al tifo di Mariam, riprendiamo i ritrovamenti.

7. 🇦🇲 Garni! Al tempietto pagano ricostruito a ogni terremoto, ci siamo divertiti un sacco anche a fare le foto ai turisti che si facevano foto e selfie strepitosi, di quelli che meritiamo l’estinzione, pure noi.

6. 🇦🇲 Geghard! Senza fotospoiler sarebbe stata impossibile da trovare… ma ci ha permesso di scoprire le grotte dei monaci scavate nella montagna, di fare un po’ di climbing e di vedere il monastero dall’alto dominare il canyon.

5. 🇦🇲 Facilissimo classicismo rullino ben nascosto dentro un uomo di ferro e bulloni, street art ai piedi della splendida Cascade di Yerevan.

4. 🇦🇲 Prima cache armena ed esempio di come a volte valga di più il posto della cache: questo semplice rullino fotografico con dentro un logoro logbook ci ha portati all’interno di un cortile di quelli che purtroppo a Yerevan non ci sono più, con balconi e scale di legno.

3. 🇬🇪 Davvero sfidante questa nano alla Rabati Fortress, e pensare che nel listing l’ultimo era un DNF… e invece c’era. Dopo aver toccato ogni sasso del muro di cinta, eccola lì! Datemi subito l’Amuchina!

2. 🇬🇪 Abbiamo fatto una lunga deviazione all’interno del Parco Nazionale di Borjomi, superando coraggiosi campeggiatori lungo il torrentello Borjormula. Dietro di noi la mitica Mariam curiosa quanto noi!

1. 🇬🇪 Contenitore eccezionale mai trovato prima: una lunga cannuccia per le bolle di sapone! Era dentro un tronco d’albero nel bosco fuori il monastero di Gelati (Kutaisi) tra vacche e maledette zanzare!

Categorie: Uncategorized | Tag: , , , | 6 commenti

Cronache Georgiane – Verso lo Svaneti

Oggi andiamo in Svaneti! Piove.

A Kutaisi ci svegliamo e piove, ma fa caldo. Scappiamo prima che le zanzare ci intercettino.

In macchina troviamo la solita acqua bella ghiacciata (Bacho ha i frigider nel baule) e oggi anche una churchkhela bella morbida, di quelle che abbiamo fatto a Ferragosto. Bacho ha ancora mal di schiena ma non vuole prendere niente, e si deve sparare cinque ore di guida. Eroe.

Mariam ci offre anche i bubliki (parola russa) che sono degli anelli di pane al latte ancora tiepidini che Mariam mangiava quando era bambina negli anni ‘80 e che è quello che ci vuole per rinforzare la colazione che stamane è stata un po’ scarsina.
Prima di partire si prendono accordi per recuperare un paio di cache nei punti panoramici lungo la strada che corre sul fiume Enguri, dopo Zugdidi che è la città del Samegrelo dove è nato Bacho e dove lavora Debora, l’agronoma italiana che abbiamo conosciuto in aeroporto a Milano.

Poi Mariam ci dà alcune istruzioni: 250 km., circa 5 ore, quando arriveremo farà freddo (“Avete da coprirvi? Sì”), non vi spaventate per come parlano, non sono arrabbiati, è solo che gridano, hanno una gola diversa, ma lo stai dicendo proprio a me? 🤣

Ah e cantano. In Svaneti cantano, tutti cantano e lo fanno particolarmente bene. Durante i funerali c’è un canto che si chiama “Campanile” che fanno solo gli uomini (mi sto figurando un coro di Alpini) e che fa venire i brividi, “sapete come si dice brividi in georgiano? Damburzgla” 😱.

Attraversiamo l’Imereti, è umido, siamo vicini al Mar Nero, 40 km a ovest c’è Poci il più grande porto del paese, ma noi giriamo verso nord verso il Samegrelo. Passiamo da Zugdidi, incidente in piazza, sangue per terra, la televisione, tutto molto sovietico. Empatia per Debora.

E poi inizia una bellissima campagna ordinata con noccioli (quelli di Debora), cachi, mandarini, ma è buio e continua a piovere, c’è odore di affumicato. Le case sono villette su due piani con balconi e verande in legno intagliato, col giardino dietro.

Sonnecchiando e ascoltando i mille aneddoti di Mariam su musica locale, vegetazione e coltivazioni, tipologie di case, carattere delle persone arriviamo alla sosta per il pranzo: trattoria lungo la strada dove fanno e mangiamo il kubdari, una specie di calzone ripieno di carne di maiale che ricorda quella dei khinkhali ma con la pasta della pizza, cotta nel forno a legna e quindi bella secca e croccante. Ripieno piuttosto spice…

E poi di nuovo su, abbiamo ancora 70 km per arrivare a Mestia, il capoluogo dell’Alto Svaneti. Schiviamo decine di mucche vitelli maiali che pascolano placidi in mezzo alla strada, sotto la pioggia che continua sottile e fitta.

Poi uno spiraglio di luce, le nuvole si aprono e un po’, scorgiamo uno spicchio di azzurro. Che insieme al turchese del fiume è un bel colpo d’occhio.

Coincidenza vuole che questa schiarita avvenga a 4 km dalla cache “The old road”… arriviamo, Bacho molla la macchina a bordo strada subito fuori da un tunnel, saltiamo giù, guida sbrendon che segue il GPS, torniamo un po’ indietro arrampicandoci all’esterno del tunnel e siamo sulla vecchia strada a strapiombo sull’Enguri. Non abbiamo foto spoiler ma solo una hint: “33”. Non ci sono cartelli ma troviamo alcuni segni sulla roccia: “Qui c’è un 32!” grido io. “Qui un 34!” risponde sbrendon un centinaio di metri più in là. Ci veniamo incontro ed ecco il 33. Rocce e vegetazione, mannaggia dove sei? A un certo punto ecco un sasso strano che i nostri occhi ormai esperti sanno riconoscere, deve essere lì! La vede Bacho! È nostra!

Il tempo di firmare il logbook e si scatena l’inferno! Pioggia torrenziale fino a Mestia. Poco male tanto dobbiamo andare al Museo Etnografico dello Svaneti dove l’ennesima giovane guida donna englishfluent ci fa una panoramica di oggetti di vario tipo ritrovati nella zona a partire dal II millennio A.C. Lo Svaneti è sempre stato ricco e ricco d’oro, c’è chi ancora lo cerca nell’Enguri: per questo icone e altri oggetti sacri, libri, gioielli sono spesso fatti o decorati in oro.

E poi eccole finalmente! Le mitiche torri! Ce ne sono oltre cento in tutto il territorio, risalgono al Medioevo, sono più o meno conservate. Ogni famiglia aveva la propria accanto a casa, fungevano da bunker sopraelevato: quando vedevano arrivare i nemici, si prendeva una lunghissima scala di 10 m e si saliva su alla porticina e ci si riparava all’interno dove si tenevano sempre pronte le provviste. Ritirata la scala ci si chiudeva dentro. 4-5 piani di pietra o legno, collegati da scalette interne praticamente verticali; qualche piccola presa d’aria e solo alcune finestrelle da cui lanciare frecce.

Anche la guesthouse dove dormiamo questa notte ha la sua torre e la visitiamo ancora prima di fare check in!

Siamo un po’ stanchi, ceniamo alle 19.30 con menu fisso a base delle solite cose buone georgiane, per la prima volta con Bacho e Mariam che qui in Svaneti staranno sempre con noi perché alloggeranno nelle stesse case.

Dopo un breve giro in paese, adesso siamo qui spaparanzati sul divanetto della Larisa Gueshouse dove il Wi-Fi prende decentemente insieme a un adolescente di Ekaterinenburg con le cuffie.

Categorie: Uncategorized | Tag: , | Lascia un commento

Cronache Georgiane – Tra Shida Kartli e Imereti

Omnia Georgia in undecim partes divisa est. Pur essendo grande come la Sicilia, la Georgia è ben divisa in 11 regioni (compresa Ossezia del Sud e Abkazia, più Tbilisi) ciascuna delle quali gode di una propria identità, offre paesaggi ed esperienze particolari, abitanti più o meno scuri con gli occhi più o meno chiari, alcune addirittura una lingua diversa. Ma soprattutto ognuna ha il suo diverso tipo di Khachapuri 😋 (obiettivo ovviamente è assaggiarli tutti!)

Al Fabrika c’erano gli opuscoletti di ciascuna con delle belle mappe dettagliate, che noi abbiamo preso anche per raccontare il viaggio ad alcuni amici che siamo sicuri potrebbero trovare questa destinazione forse un po’ insolita (“Georgia e Armenia? Ma perché? Ma cosa c’è di bello?”) molto interessante.

Oggi lasciamo Tbilisi e andiamo verso ovest fino a Kutaisi. C’è il sole, come da ormai 12 giorni 🌝 Fa caldo ma non caldissimo. La strada è bella e veloce. Bacho e Mariam chiacchierano tra loro mentre noi scriviamo i post spaparanzati sui sedili dietro con fuori le scarpe. Musica lounge.

In un attimo siamo in collinetta e attraversiamo il Shida (Upper) Kartli e che si estende su entrambe le rive del Mktvari (il lungo fiume che sorge in Turchia, poi arriva a Tbilisi, va in Azerbaijan e si butta nel Caspio).

È terra di mele, ma ci sono anche peschi, noci e tanta tantissima uva. Siamo a 500 m. di altitudine e Mariam dice che a maggio è tutto pieno di papaveri margherite e un fiore viola che si chiama Susanna. Ci abitano molti georgiani originari dell’Ossezia (uno dei due territori oggi occupati dai russi).

Dopo aver sbagliato strada una volta (Mariam si ostina a tenere il navigatore in italiano e forse a volte Bacho non capisce 🤣), arriviamo alla prima tappa.

Uplistsikhe è un insediamento rupestre tipo Vardzia e Davit Gareji ma risalente al 1000 a.C. ed è molto più grande, nel periodo di massima espansione vi vivevano 20.000 persone, una vera e propria città (non solo monastero) con la via principale, le case per i ricchi in alto e quelle per il popolino in basso, con la piazza, il tempio pagano dove si facevano i sacrifici alla dea Nana del sole… tutto scavato nella roccia con maestria e finezza, oggi sono rimasti alcuni soffitti che ricordano i cassettoni e le travi lignee. La guida che ci accompagna fa riferimento a Matera e alla Cappadocia.

Nel X secolo sopra le fondamenta del tempio pagano in cima alla collina venne costruita una chiesa cristiana ancora oggi in funzione, dove abbiamo finalmente comprato il magnete di Ninotsminda (e una marmellatina di noci 😋).

La città sorgeva al crocevia della Via della Seta, ospitava un mercato permanente e quindi era molto strategica, e quindi molto soggetta ad assalti, e quindi completamente fortificata. Con un passaggio segreto che portava -e porta tuttora- giù fino al fiume e che serviva per prendere acqua e cibo, e anche per scappare.

Dovettero arrivare i Mongoli nel 1240 a radere tutto al suolo. È stato tutto riportato alla luce nel 1957, compresa una serie di oggetti esposti al museo tra cui alcuni stili (nel senso di cannucce per scrivere) che certificano l’uso di un qualche tipo di scrittura già a quei tempi!

A pochi kilometri c’è Gori dove visiteremo il Museo e la casa natale di Stalin.

Ma prima ci fermiamo a mangiare in una trattoria appena fuori città, tipo quelle dei camionisti di Chef Rubio. Solo che invece dei camionisti ci sono ben due diverse comitive di turisti italiani, che quando sentono parlare il loro idioma al nostro tavolo ci guardano manco fossimo dei marziani. E assaggiamo il Khachapuri dell’Ossezia che è come l’imeruli ma con le patate insieme al formaggio e quindi più morbido, e uno spezzatino di maiale con cipolle patate peperoni che è tanto bello e invitante quanto inadatto al clima (caldo afoso) e allo stomaco. E spinaci con le noci, che sembrano alla vista essere spinaci con le noci, invece sono aglio agli spinaci con le noci.

Andiamo a Gori, andiamo al museo di Stalin. Ho cercato di fare belle foto e capire bene il più possibile così da poter rendicontare con la dovuta eccellenza l’esimia professoressa Luisella Peroni da un paio d’anni in fissa con la Russia, la sua letteratura e annessi e connessi. Ma è stato un po’ un fallimento, guida troppo veloce sia come passo che come inglese, un bordello di gente, caldo mortale, il suddetto spezzatino di maiale…

Oltre ai memorabilia e a ritratti di Stalin di ogni foggia e dimensione, ci sono anche interessanti ambienti, ricostruiti e non. Tipo la scrivania originale del primo ufficio di Stalin al Cremlino

e la ricostruzione di un ufficio del KGB per gli interrogatori dei prigionieri politici (tre gli esiti possibili: plotone di esecuzione, gulag o esilio comunque in Siberia).

All’esterno del museo c’è la casa natale del dittatore, conservata pari pari con la mobilia originale; intorno alla casa hanno costruito una specie di porticato per proteggerla dalle intemperie.

E poi si può salire sul treno, che per l’epoca era il top delle comodità, e avere l’onore di fotografare la tazza dove l’uomo d’acciaio espletava i suoi bisogni fisiologici (anche i dittatori lo fanno, dopotutto).

Gori è come Predappio, piena di nostalgici e ogni anno fanno parate e celebrazioni nelle date più importanti. Anche i souvenirs sono a tema e ci sono anziani che vendono “reliquie” di ormai cent’anni fa… ma basta!

Luogo comunque molto controverso. Bacho non era mai entrato al museo, l’ha voluto fare oggi con noi ma spendere 15 lari per farlo non gli è piaciuto molto… C’era dell’evidente comprensibile disagio, anche in Mariam. Ci è dispiaciuto.

La frettolosa guida ha fatto solo un volo d’uccello su gulag e devastazioni: pur essendo questo un museo nazionale, a Gori è ancora oggi preferibile non parlare male di Stalin. Per fortuna è al via una sorta di concorso per l’assegnazione dei lavori di “riformulazione” del museo!

Prendiamo l’immancabile cache (nascosta proprio sotto il treno con cui Stalin si muoveva dentro e fuori l’Impero, e che fa tornare il sorriso a Mariam) e appena saliti in macchina… “ciao buonanotte”. Dopo un tempo imprecisato è Mariam che ci sveglia e lo fa sussurrando una parolina magica “nasuki nasuki“! Ce l’aveva anticipato stamattina che l’avremmo comprato fresco e caldo, ed eccolo qui, questo pane al latte a forma di fetta di anguria che Sergo (il forno buio e profumato dove lo compriamo noi e dove nulla di brutto può succedere) fa aggiungendo molta uvetta e quindi è cosi dolce.

La colonna sonora di queste ultime due ore verso Kutaisi prevede: Beatles, Celentano, la Traviata cantata da Pavarotti e poi Sulikò, che tra l’altro era la canzone preferita da Baffone. Abbiamo le parole traslitterate e stiamo facendo apprezzabili passi in avanti 👏

Ah, è iniziato a piovere… speriamo in bene per domani ché saliamo in montagna: andiamo in Svaneti per l’ultima parte del nostro super viaggione!

Categorie: Uncategorized | Tag: , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.