United Colours of Zanzibar

Premessa.

Sono stata tentata fino all’ultimo di portare la nuova macchina fotografica che mi ha regalato sbrendon per il compleanno. Zanzibar sarebbe stato il primo campo d’azione vero! Poi la paura che mi fosse di intralcio, che saltasse all’occhio in un Paese che insomma vabbè… discorso un po’ del menga mi rendo conto… col senno di poi ovviamente aveva senso portarla e magari non usarla sempre.

A Zanzibar adesso è kaskazi che in swahili vuol dire “stagione secca”. C’è sempre il sole, il cielo è limpido, la luce accecante. Non ci sono foschie, filtri, barriere. I colori sono naturalmente presenti nei paesaggi, nella vegetazione, nella frutta, nelle spezie e poi cercati dai zanzibarini nei vestiti.

Tutta questa premessa per dire che le foto sotto e in generale tutte quelle di questi post sono state fatte con l’iPhone. E che se i colori sono così pieni e saturi è solo merito di Zanzibar.

[Multicolor. Madre e tanti figli a Stone Town davanti a una delle famose storiche porte lignee con gli spuntoni ferrei. Le donne sono sempre velate ma quasi mai di nero]

[Giallo flou. Addetto al motore del barchino che ci ha portato sulla barca più grande per lo snorkeling all’isola di Mnemba. Maglioncino di lanetta leggera rigorosamente a manica lunga. Il sole è feroce, si scottano anche gli autoctoni]

[Multicolor. Taniche e donne in attesa intorno al pozzo nel villaggio di Kilimanjuu, vicino a Matemwe]

[Fucsia. Ghirlanda di bouganvillea orna l’ingresso del Mnana Lodge a Kizimkazi]

[Arancione. Al porticciolo di Kizimkazi il sole non ancora sorto rendeva tutto abbastanza piatto e lattiginoso. A spiccare tenderini e gilet]

[Grigio. Questa foto è un miracolo. Sono le 5.20, siamo dentro il Mnana Lodge, da quegli alberi dieci minuti dopo sarebbe uscito Ochou scalzo con la torcia per portarci al porto. Laggiù è est, il cielo è solo un po’ chiaro e offre luce sufficiente per riprendere qualche stella. La notte, dal vivo, le stelle erano un tappeto densissimo e vicinissimo, se non stavi attento ci finivi dentro…]

[Smeraldo. Il Tashbi (Rosario musulmano) di pietre lasciato sul pavimento di moquette della moschea di Kizimkazi]

[Viola cardinale. La sala da pranzo del Mamamapambo Lodge a Jambiani]

[Bianco. Gli storici Hamamni Baths a Stone Town, recentemente riaperti ma non più funzionanti]

[Verde. Lui è Niko o almeno così firma i suoi mandala di pescetti concentrici a Stone Town]

[Polvere. Laggiù in fondo c’è il mare, noi siamo su un vecchio dalla-dalla sullo sterrato di ritorno da Mnemba Island]

[Marrone. Le frittelle calde al profumo di cannella a colazione al Beyt al Salaam di Stone Town]

[Tiffany. I tetti di lamiera dell’Emerson on Hurumzi a Stone Town dove abbiamo cenato la sera di Natale]

[Rosso. Il lipstick fruit non commestibile ma usato soprattutto dai Masai per dipingere labbra e capelli]

[Pastello. Rosa e verde shabby chic nella sala massaggi della Mrembo SPA a Stone Town, dove mi sono regalata un massaggio energizzante con scrub al limone 🔝]

[Rainbow! L’ 🦄 galleggiante nella piscinetta del Kiganja Retreat a Matemwe]

[Ruggine su smeraldo. Sulla barca, al largo di Mnemba Island]

[Curcuma. Di nome e di fatto. Regalo per la mametta direttamente dalla Spice Farm]

[Azzurro. Del mare e del cielo. In mille sfumature e trasparenze. Queste sono le coltivazioni di alghe sul “bagnasciuga” di Jambiani]

Categorie: Uncategorized | Tag: | Lascia un commento

Cose buone dal mondo: Zanzibar

Viaggio corto e troppo caldo per esplorare in libertà. Per scelta siamo anche stati fuori dai circuiti turistici più popolari (la zona nord di Nguwi per intenderci) che sicuramente ci avrebbero facilitato nello scovare posticini culinariamente interessanti e sicuri. Paese povero, norme igieniche non sempre sufficienti. Nessun supermercato da scandagliare corsia dopo corsia. Anche all’aeroporto nessun negozio di cose buone da portare a casa magari per il cenone di San Silvestro: solo spezie!

Per questo abbiamo quasi sempre mangiato negli hotel, quelli dove alloggiavamo e non. In generale quello che abbiamo sperimentato ci ha bene o male soddisfatto.

È stato tutto un po’ in discesa, ma per forza… la prima cena è stata in alto, che più in alto non si può.

24 dicembre – Rooftop dell’Emerson on Hurumzi in Stone Town

Trovandoci nell’emisfero sud, cediamo alla tradizione meridionale del cenone della vigilia di Natale con buona pace del Milanese Imbruttito. E visto che lo facciamo, lo facciamo bene: sul tetto di uno dei migliori alberghi di Stone Town (no, pernottavamo da un’altra parte).

Birretta & light mojito al tramonto col muezzin che chiama alla preghiera in lontananza, e poi diverse portate, tutte molto arabeggianti e speziate. Del resto la dominazione araba omanita ha influenzato moltissimo la cucina locale, che abbina sapori più africani e tropicali a tipici piatti mediorientali.

Il noto critico gastronomico “TripAdvisor” afferma che la cena all’EoH è la migliore di Zanzibar, e anche la nostra amica Linda ambasciatrice di Momondo ce l’ha caldamente consigliato. Per quanto ci riguarda… totally approved.

Ah, di solito c’è musica tipica taarab ad allietare i commensali; ma siccome era Natale, a un certo punto è arrivato un coro di bambini a cantare a cappella Oh Happy Day, Stille Nacht e Jingle Bells coi tamburelli.

2. Gli auguri di Natale del Beyt Al Salaam.

Torniamo in camera dopo la cena suddetta pieni come due otri, e nel frigobar troviamo questo.

Buono buono, un paio di forchettate e poi l’abbiamo avanzato per Santo Stefano 😉

3. Il pranzetto di Natale durante lo Spice Tour

Nella spice farm, al termine del Tour delle Spezie, cucina casalinga con fish curry e riso pulao.

4. Seconda cena a Stone Town: Double Tree by Hilton

On the roof, again. Questa volta al ristorante del Double Tree. Curry di granchio al cocco, antipasto marocchino, curry di pollo. E aria condizionata!!

5. Pranzi e cene al Kiganja Retreat e al Mnana Lodge: cucina italozanzibarina

Giorgia (romana) del Kiganja e Jenny (reggiana) del Mnana hanno impostato le rispettive cucine con impronta casalinga. Piatti locali semplici e genuini, pasta sempre in menù. Il fusillo d’oro per la miglior pasta va al Mnana, che mette il carico portando in tavola il parmigiano grattugiato!

Notevole anche questa versione morbida e quasi mantecata del riso pulao by Mnana Lodge.

6. Mamamapambo – Jambiani

La proibitiva caldazza di Jambiani nonché l’amenità del luogo ci ha visti tramutare il nostro B&B in pensione completa, con buona pace del gatto a cui evidentemente toglievamo la sedia preferita.

Cena di livello, con pollo tandoori e insalata di pesce in latte di cocco,

ma soprattutto colazione Healthy che si aggiudica il muffin d’oro per il miglior breakfast della vacanza.

7. … e a ogni cena, per reintegrare al meglio i sali minerali:

E poi un sacco di frutta fresca tropicale, in particolare Sua Maestà Il Mango. E succhi fatti al momento.

E il litro di the al mango bevuto al termine di un megamassaggio in un hammam a Stone Town in un grazioso localino di design.

E la noce di cocco fresca che sembrava mozzarella. E le frittelle speziate come spuntino dopo lo snorkeling e i torroncini Zanzibar della Sperlari portati da casa che ci hanno fatto compagnia in tanti bei momenti.

Bene. Ora si torna a casa: alla Malpensa ecco un primo segnale…

Domani vedremo quale penitenza ci darà la nostra cara bilancia impedenziometrica 😱

Categorie: Uncategorized | Tag: | 2 commenti

“E tu che volevi noleggiare la macchina” ovvero Sulla strada

Finestrini alzati e quelli dietro col vetro oscurato e aria condizionata. Quando chiedo agli autisti che ci portano in giro il permesso di abbassare il mio, capisco che la cosa non gli va molto a genio.

Caldo e polvere? Musi bianchi troppo in evidenza? Alzacristalli che si inceppano a metà? Forse le tre cose insieme.

Però è la bellezza del viaggio e di questi transfer di certo non agevolissimi su strade normalmente sterrate e piene di buche, quando non ci sono i lavori straordinari di ampliamento.

Prima tappa Zanzibar Town – Matemwe.

Dopo quasi un’ora incrociamo questo cartello…

… ma come non abbiamo fatto neanche 13km dalla capitale?

Abbiamo superato uno dei moltissimi dalla-dalla, i pulmini pubblici usati quasi esclusivamente dai locali (non si sa quando passano, dove fermano, che giro fanno e sono sempre strapieni di persone e animali…) ma poi questi lavori ci hanno molto rallentato. Dice che le nuove strade le stanno costruendo i cinesi, gratis, diciamo un investimento. Anche molti pulmini pubblici chiusi (che stanno in parte sostituendo i tradizionali dalla-dalla aperti) sono dono del governo cinese. E poi ci sono un sacco di scuolabus o similari con scritte in giapponese. Bah.

Poi Suriari (è il nome del nostro driver, vuol dire Sud in swahili), in difficoltà con Google Maps, ha chiesto indicazioni a questo signore qui.

Sì, gli uomini zanzibarini chiedono indicazioni stradali!!!! Anche i taxisti!!! È successo altre volte: rallentano, suonano, abbassano il finestrino, salamalecu, nome del posto, asante. E, attenzione, non perdono di virilità, anzi… si possono permettere di cantare “Gelato al cioccolato dolce un po’ salato” senza minimamente intaccarla 😂

Ci divertiamo talmente tanto che accettiamo di buon grado quando Suriari ci propone di portarci lui, un paio di giorni dopo, da Matemwe fino giù a Kizimkazi, seconda tappa.

Facciamo strade asfaltate, sterrate e anche alcune che sembrano appena state scavate nella roccia. Tutte piene di buche, alcune strette, molte polverose. Sempre abbastanza faticose. In certi punti si farebbe davvero prima a piedi. Guida a sinistra, velocità nonostante tutto elevate, pedoni biciclette animali lungo il ciglio. Soprattutto tante donne che camminano in fila indiana colorate e lente con taniche d’acqua e fascine di legna sulla testa e fagottini ripieni di bambini sulla schiena ❤️

“E tu che volevi noleggiare la macchina…”

Nei pressi dei villaggi ci sono botteghe che espongono su pianali di legno pomodori e patate, in particolare le patate sono rinomate a Zanzibar, e qui in effetti abbiamo mangiato uno dei purè più strepitosi della storia dei purè. I negozianti spesso stanno stesi sotto il pianale, all’ombra, in attesa dei clienti.

E tanti panni stesi (mi viene in mente mia mamma che dice “eh il problema non è lavare ma far asciugare”, ecco qui è il contrario).

Officine (soprattutto nei pressi di Stone Town si vedono tante moto e tante Vespe, tutte molto ben tenute e lucide), parrucchieri (anche quello specializzato in fat hair), qualche bancarella di vestiti (camicie e jeans da uomo, le donne si vestono per lo più di drappi e veli variamente combinati e sovrapposti).

Ogni tanto c’è un controllo della polizia. Magri, divisa beige, serissimi, di pochissime parole, i poliziotti controllano la licenza sul lunotto anteriore, danno un’occhiata a noi seduti dietro e con un cenno minimo autorizzano la ripartenza. Non è mai piacevole. Ma non è mai stato particolarmente problematico.

“E tu che volevi noleggiare la macchina…”

Sulla strada si vedono anche tanti che non fanno niente. Stanno stesi per terra o su dei muretti rigorosamente all’ombra, in effetti tra le 11 e le 17 è davvero inimmaginabile anche solo l’idea di fare qualcosa al sole, almeno per noi. Poi ci sono i muratori che costruiscono i bungalow in riva al mare a mezzogiorno eh…

Solo in pochi casi la strada rasenta l’oceano e quando lo fa obbliga a veloce pit stop fotografico.

L’ultimo tratto lo facciamo da Jambiani all’aeroporto, sfiorando di nuovo Zanzibar Town. A Jambiani è venuto il fratello di Suriari (brutto, senza nome e muto) che ha una macchina più grande con i centrini della nonna come poggiatesta, l‘arbre magique alla fragola, l’aria condizionata potente ma coi finestrini dietro sigillati, mannaggia a lui. Anche lui ha le ciabatte ma per guidare le toglie.

Tagliamo l’isola a metà, passando dall’arido est al verdeggiante ovest, costeggiando la Jozani Forest. Banane a non finire, venditori che espongono metri quadri di succose angurie e poi un lungo vialone fiancheggiato da grandi alberi che lo ricoprono d’ombra e sotto vi pullula una vita intensissima.

Eccoci che siamo tornati sulla sponda ovest, arriviamo a una mega rotonda che il nostro uomo prende al contrario e mi viene un colpo… poi la strada si allarga, diventa a due corsie con un cordolo in mezzo dove passeggiano in pericoloso equilibrio bambinetti di ogni età. È proprio qui che sbrendon ha definitivamente detto

“E tu che volevi noleggiare la macchina…”

Categorie: Uncategorized | Tag: | Lascia un commento

Hai mai visto un’alba così

Non so se Salmo è mai stato a Zanzibar. Qui avrebbe visto un paio di albe interessanti.

Alba #1 – Kizimkazi, 29 dicembre

Ci svegliamo alle 5.15 dopo un paio d’ore scarse di sonno (mille peripezie in camera al Mnana, prima le blatte, poi il caldo, poi il blackout che ci lascia senza ventilatori). Alle 5.30 Ochu, il factotum del lodge, ci accompagna in bicicletta al porto. Obiettivo delfini.

Yes, perché non si sa per quale oscura ragione una colonia di bottlenose dolphins ha deciso di risiedere stabilmente al largo di Kizimkazi, punta meridionale di Zanzibar, diventandone la prima attrazione turistica. Le varie guide tipo la Lonely Planet suggeriscono di ponderare bene l’opportunità di fare questa escursione (che non è proprio rilassante per i delfini) affidandosi a un barcarolo coscienzioso; ne parliamo con Jenny che gestisce il Mnana Lodge col compagno Masai Andrea, lei ci dice che all’alba di solito la situazione è tranquilla, quindi ok, combiniamo.

Escursione effettivamente molto interessante, anche se più dal punto di vista antropologico che etologico (oltre che ecologico).

Ma andiamo con ordine. Partiamo dal lodge che è ancora buio e si vedono le stelle del mattino

e arriviamo al porto che albeggia.

Prima di prendere il mare, ci gustiamo le contrattazioni al mercato del pesce.

Non è proprio quello di Tokyo, ma ha il suo fascino: tonni, kingfish, merlin, pesci di ogni taglia arrivano sulla spiaggia direttamente dai pescherecci, e vengono venduti al dettaglio.

Alcuni turisti, soprattutto italiani, si intrufolano tra i pescatori, come se tutto fosse un po’ uno spettacolo messo in scena per loro. Chissà come si dice “santa pazienza” in swahili.

Saliamo su un barchino che si chiama OnTime: ma come, non è il paese del pole pole? I nomi dei barchini (ce ne sono a decine) sono molto interessanti, tra gli altri spicca un bel “AK-fortyseven” 😐

Il marinaio non dirà una parola per tutto il tragitto, solo ogni tanto fermava il motore e gridava “oh” e noi subito “dove? dove?” a girare la testa di qua e di là per avvisare i delfini pensando che ce li stesse indicando. In realtà stava telefonando e non sentiva bene. Ci siamo cascati tre volte.

Nel frattempo fra una telefonata e l’altra, mentre andiamo verso il domicilio dei delfini, ecco che il sole sorge sul serio, anche se un po’ dietro le nuvole, mentre il mare è una tavola blu.

Man mano che ci avviciniamo a destinazione, le barche intorno a noi aumentano di numero. E l’ambiente inizia a farsi interessante, si popola di una fauna tutta particolare: lo snorkelista con ansia da delfino.

Tipicamente si muove in piccoli branchi di amici e familiari, sa appena nuotare, è in smodato sovrappeso, non sa manco mettersi la maschera, pinneggia facendo spruzzi a pelo d’acqua, è in esagerato sovrappeso (l’ho già detto?) e deve nuotare con i delfini e averci le foto e i video fatti con la gopro da postare sui social. Così questo/a turista enormemente sovrappeso si produce nella seguente routine comportamentale: avvistati alcuni delfini che nuotano beatamente per i cazzi loro, si tuffa nei pressi, smanaccia e sgambetta per qualche secondo, riemerge e boccheggia, risale sul barchino, fa ripartire il nocchiero al disperato inseguimento dei delfini che continuano a nuotare beatamente per i cazzi loro, li supera, si rigetta in acqua con la maschera storta, riboccheggia, risgambetta, rismanaccia, risale sulla scaletta e così via per qualche decina di volte il tutto moltiplicato per qualche decina di barche. Uno spettacolo più ridicolo o più patetico? Non saprei, so che noi ci sentivamo un po’ in colpa per questi poveri cetacei, e un po’ come quelli che vanno alla corrida e tifano per il toro.

Chissà come si dice “santa pazienza” in delfiniano.

Il tragitto di ritorno è molto bello: invece che tornare direttamente alla spiaggia di Kizimkazi in linea retta, il nostro barchista decide di procedere sottocosta, visto che la marea lo permette. Vediamo roccia ricoperta di vegetazione, pini (!), uccelli bianchi simili ad aironi, edifici dal tetto scoperchiato (!!), pescatori su imbarcazioni di legno.

Quando rimettiamo piede sulla spiaggia, nemmeno un’ora da quando siamo partiti, tutto sembra diverso: un sacco di gente, un sacco di luce e di colori, un sacco di voci e rumori (e anche qualche odore… stanno macellando il pesce).

Inforchiamo le bici e torniamo al Mnana Lodge, dove Jenny e Masai Andrea ci aspettano per la colazione.

Alba #2 – Jambiani, 30 dicembre

Hai mai visto un’alba così?

Categorie: Uncategorized | Tag: | Lascia un commento

Jozani Forest

Cosa ti ricordi di Jozani Forest? La caldazza. E poi? La caldazza. Dai su rispondi! Vabbè ok, le scimmie!!! E la caldazza.

Il parco è a metà strada tra Matemwe e Kizimkazi, proprio al centro dell’isola, dentro un bassopiano che lo rende umidissimo.

Ci aggreghiamo al gruppo in partenza in cui tra gli altri spiccano la giovanissima russa di cui sbrendon si innamora a prima vista e “the gentleman without shoes” una specie di Mr. Crocodile tedesco sessantenne completamente scalzo che fa il pirla con le formiche rosse che qualche giorno prima si erano divorate un cucciolo di leopardo.

Il parco – ci spiega la guida – come tutto in Tanzania è di proprietà del governo che gestisce tutto in modo diciamo unidirezionale. Nonostante i tanti turisti, sono solo tre le guide assunte, le altre sono volontari che vengono chiamati nei periodi di grande affluenza, non pagati.

Eccolo mentre ci elenca tutta una serie di animali che potremo vedere, tra cui il millepiedi, oltre a una serie di serpenti più o meno letali.

Ma soprattutto ci introduce la star della foresta e cioè il còlobo rosso, una scimmia, specie endemica di Zanzibar, a rischio estinzione.

In effetti i colobi non si fanno attendere: dopo dieci minuti di passeggiata tra una vegetazione foltissima che porta l’umidità a livelli eccezionali (noi ovviamente ci mettiamo del nostro con pantaloni e camicia lunghi, foularino, calze e scarpe… ma meglio sciolti che punti), ecco che li vediamo abbarbicati sugli alberi, saltellanti di qua e di là.

Mangiano foglie in continuazione (niente frutta perché non digeriscono lo zucchero) con le loro manine a quattro dita e hanno una coda lunghissima che serve per l’equilibrio.

Stanno molto in alto, proprio in cima agli alberi, famiglie intere con i piccolini aggrappati alle madri. Ma spesso scendono e si fanno fotografare, anche nei selfie 😀

Completiamo l’escursione attraversando il bosco di mangrovie. Prima ci scoliamo una Coca-Cola, unico modo per sopravvivere.

La guida ci spiega che sono state la salvezza di questa parte dell’isola (le mangrovie, non la Coca-Cola) quando ci fu lo tsunami del 2004 che arrivò fin qui. Proibito tagliarle quindi.

L’acqua in effetti è salata e abitata da granchi.

Adesso c’è bassa marea e si vedono il fango nero e i buchi che le mangrovie procurano facendo cadere direttamente dai rami i lunghi semi a forma di ago. Non c’è bisogno di semina, la mangrovia si semina da sola. I granchi la aiutano a tenere aperti i buchi e a ricevere ossigeno, in cambio la mangrovia sacrifica qualche suo nuovo virgulto alle chele voraci.

Tutto molto bello. Adesso però dateci dell’aria condizionata, grazie.

Categorie: Uncategorized | Tag: | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.