Intermezzo – A Napoli con la zia

Quest’anno abbiamo esagerato! Forse in tutti i sensi. Tre giorni, due notti fuori. Monumenti e chiese. Ma anche kayak e mare. E geocaching. Ritmi piuttosto serrati.

La Marta, mia nipote sedicenne, e io. Il suo regalo di compleanno, postdatato.

Napoli l’ha scelta lei. L’alternativa era Monaco di Baviera. Non si sa perché. E anche Napoli in realtà è frutto di non si sa quale ricerca o desiderio.

“Perché Napoli?”

“Boh così”

“Quali sono i tuoi must?”

“Boh i quartieri spagnoli”.

[Essere napoletano è meraviglioso. Insomma, dipende…]

Io ho accettato di buon grado. C’ero già stata altre volte: in gita scolastica 30 anni fa, per lavoro solo al Centro Direzionale 10 anni fa, col mio ex marito in vacanza in macchina 15 anni fa…

Era ora di tornarci.

Mi sono fatta aiutare da Andrea, un carissimo collega napoletano doc, del Vomero. Che mi ha disegnato un percorso facile facile tra centro storico, lungomare e mare. Un mix di storia arte avventura e gastronomia.

[Excel, il miglior amico del Project Manager]

Intanto l’alloggio. Airbnb a Palazzo dello Spagnuolo al Rione Sanità.

[By night, si vede bene la scalinata ad ali di falco]

Appartamento al secondo piano, la signora Mena che ci aspetta. Gentile e discreta col suo gattone Sofia. Soffitti altissimi, pavimenti chiari e asciutti, grandi finestre sempre aperte, mobili antichi, tavoli da pranzo per 18, pianoforti libri e strumenti musicali, opere d’arte contemporanea, oggetti scaramantici, fiori freschi, musica che non si capiva da dove veniva, profumo di legna della pizzeria dal cortile, voci e motorini dalla strada.

[Ingresso con gatto Sofia]

[La figlia della signora Mena è una artista]

[Cucina con elefante]

[Stanza con photobombing]

A due passi da Poppella dove abbiamo fatto colazione con i Fiocchi di neve (ripieni di ricotta e panna di bufala) e da Concettina ai tre Santi dove un capolavoro di margherita costa 5 euro.

Da casa al centro storico sono 20′ a piedi. C’è un bel casino. Uscire dalla Sanità in via Vergini dove c’è sempre il mercato e ogni negozio espone anche fuori è un bello slalom.

Dal Museo Archeologico scendiamo, Piazza Dante e poi Port’Alba con tutte le sue librerie storiche.

E andiamo alla ricerca del Complesso Monumentale di Santa Chiara con il Monastero e il suo famosissimo chiostro maiolicato. Il monastero risale al ‘300 mentre il chiostro, di netta ispirazione spagnola, è del ‘700. Sotto i suoi portici si trova un po’ d’ombra e soprattutto un po’ di silenzio, e tutto il mondo fuori.

Mandiamo un messaggio vocale alla nonna/mametta che è grande fan di Napoli, della sua parlata e della sua canzone: ci venne in viaggio di nozze nel ’66 e poi dopo 25 anni col papà e vorrebbe essere qui con noi, e in fondo un po’ c’è 😍

Poi è la volta del Gesù Nuovo, di San Domenico Maggiore e del Duomo.

Quasi per caso passiamo davanti alla Cappella di San Severo dove ho prenotato una visita alle 18. Ma siamo già lì, chiediamo se possiamo anticipare e va. Pezzo forte della cappella è il famoso “Cristo Velato” di Giuseppe Sammartino, scultura di metà ‘700 di marmo bianco raffigurante il Cristo deposto e avvolto dalla sindone. Non si possono fare foto ma stiamo parlando di questo capolavoro qui.

Fa caldino, la levataccia comincia a farsi sentire e quindi, con la protezione di Pinuccio, torniamo a casa.

[🎶 Oggi è sabato, domani non si va a scuola 🎶]

Per cena seguiamo il consiglio del mio collega e anche della padrona di casa: Concettina ai Tre Santi, a 100 metri da casa. Mi qualifico subito telefonando e provando a prenotare e guadagnando un educato “ahahhahahah”, vabbè… Alle 20.30 siamo lì, c’è coda fuori ma noi siamo solo in due: in meno di mezz’ora siamo dentro e subito recupero “signo’ complimenti per la camicia!”, onore.

[P.S. La pizza è 🔝]

Per sabato mattina il programma prevede kayak a Posillipo. Sveglia ore 8. “Marta, sei carica?” Sembra di sì. Costume, telo mare, lenti a contatto. Taxi e arriviamo ai Bagni Sirena con quasi un’ora di anticipo. All’inizio non capivamo perché il taxista ci avesse lasciato lì… Scendere dalla strada al mare è eccezionale.

L’escursione prevede un giro in kayak accompagnati da una guida professionale sottocosta per vedere dal mare le ville nobiliari di Posillipo. Costruite tra ‘600 e ‘800 su pareti e grotte di tufo e spesso recuperando antiche fondamenta e costruzioni dell’epoca romana: “perché a Napoli non si distrugge niente, si costruisce sopra, si riempie, ci si infila” – dice Oscar, la guida di Kayak Napoli che oggi ha in custodia questa impegnativa coppia zia-nipote del nord (più un povero signore napoletano).

Marta insiste per la canoa singola, nonostante il consiglio mio e di Oscar. Se ne pentirà, ah se se ne pentirà. Ma all’inizio siamo belle toniche.

Le ville ci sfilano davanti, anzi siamo noi che pagaiata dopo pagaiata, sfiliamo davanti a loro. A volte l’ingresso da terra è quasi impossibile decifrarlo nascosto com’è dalla montagna e tra altre case. Tutte hanno l’accesso diretto al mare e dal mare. Quasi tutte oggi sono state divise in tanti appartamenti e vendute o date in affitto. Condomini là dove una volta c’erano i Lauro, i Cottrau, i Pavoncelli.

Fino agli anni ’50-’60 c’erano anche ristorantini con le gambe dei tavoli praticamente a mmare e anche uno stabilimento con spogliatoi maiolicati e il piano bar…

Oggi sono spesso usate per sfilate di moda o anche come set per #upas o la più recente Sirene.

Ed è proprio qui alla fonte di Villa Lauro che Marta ha i primi segni di cedimento.

Finisce che si fa caricare da Oscar che, con una cimetta di fortuna, rimorchia la canoa. Eccola sorridente e nullafacente, in posa come una pinup.

Facciamo ritorno dopo quasi 4 ore di gita. Sono stanca pure io e abbiamo una fame mostruosa. Ci fermiamo a mangiare in spiaggia dove nel frattempo si è riversata mezza Napoli: livello di urla e schiamazzi 100000!

Per tornare in città osiamo prendere i mezzi di superficie nonostante il mio collega mi avesse detto “sono una chiavica”: arriviamo a Mergellina con il 140!

La Marta non si regge in piedi, abbiamo pure preso tanto sole e fa caldo. Torniamo a casa a farci una doccia e a riposare un po’.

[Quando non c’è sbrendon la mappa tocca leggerla a me 😱]

Alle 17 siamo di nuovo in pista fresche come due rose… La parte sud della città ci aspetta!

Via Toledo con la sua fermata della metro che sembra una piscina (cit.), la galleria Umberto I, Piazza Trieste e Trento, Piazza del Plebiscito, le chiccose via Chiaia, via Calabritto e giù fino al lungomare, via Partenope e poi il Borgo Marinari e Castel dell’Ovo. Ci arriviamo giusto in tempo per vedere un discreto tramonto.

[Sì, è come quella di Milano]

[Lui è il marito di Carolina, l’acquafrescaia di piazza Trieste e Trento. Fa la “limonata a cosce aperte”, con acqua di Telese, una acqua minerale sulfurea a cui aggiunge una punta di bicarbonato, che per berla senza che ti schiumi addosso devi allargare le gambe e sporgerti in avanti😉. Freschissima, buonissima e anche rigenerante!]

Rincasiamo soddisfatte anche del nostro bottino di cache e della poesia e del calore che questa città regala ad ogni angolo, anche sotto solo alzando la testa.

[Ammore e niente cchiù]

Domenica mattina ce la prendiamo un po’ più comoda, anche se la Milanese Imbruttita che c’è in me vorrebbe approfittare di queste ultime 4-5 ore per vedere e fare il più possibile. La padrona di casa ci consiglia le Catacombe ma francamente… Decido per una cosa più easy e pop: la salita al Vomero e a Castel Sant’Elmo per vedere Napoli e il golfo dall’alto, dal punto più alto della città.

È un attimo: 4 fermate di metro vecchia direzione nord, scendiamo a Vanvitelli. Saliamo in superficie e sembra di essere a Milano: c’è silenzio, le strade sono non solo pulite ma quasi vuote, tante auto parcheggiate bene bene, pochissima gente in giro. In effetti non sono neanche le 10. E fa già una discreta caldazza. Ci sono scale mobili e ascensori per salire su ma noi ANDIAMO A PIEDI! Che ci fa bene, si sentono le campane e il profumo di caffè e di bucato.

[Foto panoramica by Marta]

[Questa è la Nadia, una mia compagna del liceo incontrata per caso lungo la rampa per il castello dopo 28 anni dalla maturità…]

E poi scendiamo con la funicolare e stabiliamo il record assoluto di utilizzo dei mezzi pubblici, e pagati, a Napoli! Che tutto sommato così schifo non fanno…

Un’ultima tappa a casa per recuperare le valigie, un’ultima gimkana tra le bancarelle i motorini e la spazzatura di via Vergini alla Sanità, un’ultima corsa da Poppella e siamo sul treno che parte e arriva (quasi) in orario.

Era tanto che non tornavo a Napoli ed era ora di tornarci. E ci ritornerò presto con sbrendon che ora sta mangiando i fiocchi di neve e ascolta i racconti di una zia un po’ stanca, a cui è scesa l’adrenalina e tira il fiato perché è andato tutto bene.

P.S.

La prima sera prima di dormire, al buio con la testona già nel cuscino, la Marta mi ha detto “grazie zia per questa giornata”. A me mi si è riempito il cuore ❤️ (la seconda è praticamente svenuta e non mi ha detto niente…)

Chissà se l’anno prossimo vorrà ancora fare la gita con la zia… avrà 17 anni… io sto già pensando a Palermo, per un ultimo scampolo d’estate e di mare.

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Galapagos – Isla Española (Hood)

20 agosto 2018.

La prima escursione che facciamo partendo dall’isola di San Cristobal è diretta a Española, isola nell’estremo sud est dell’arcipelago, quindi una delle più antiche, dal momento che, come sappiamo, le Galapagos si spostano lentamente verso est di milioni di anni in milioni di anni.

Española è molto isolata e molto selvaggia. Senza insediamenti umani, è popolata da molte specie animali endemiche, e vi è permessa la visita solo a piccoli gruppi di turisti, sempre e rigorosamente contingentati e accompagnati da guide, e soltanto in giornata. C’è un solo approdo: Punta Suarez, e un percorso obbligato, circolare, nella parte occidentale dell’isola, che dura circa due ore di camminata. Lungo il percorso si ha davvero la sensazione di trovarsi in un luogo dove l’uomo non ha mai messo piede.

A Española inoltre nidificano gli albatros: è l’unica isola delle Galapagos dove gli uccelli marini più grandi al mondo hanno trovato casa. Ci sono poi più o meno tutte le specie animali che troviamo nelle altre isole dell’arcipelago, alcune con tipiche peculiarità evolutive o comportamentali.

Ma andiamo con ordine.

Chiediamo di fare colazione anticipatamente, a Casa Opuntia, perché dobbiamo essere presto al porto. Ma è già chiaro, e quindi i fringuelli sono già ben svegli e ci fanno compagnia mentre mangiamo i soliti ormai irrinunciabili huevos revueltos.

Il giorno dopo, quando andremo al Leon Dormido, i fringuelli già oggi piuttosto audaci raggiungeranno livelli di sfrontatezza tali da invaderci i piatti. Ma questa è un’altra storia. Recuperiamo le nostre cose, e soprattutto la borsa a rete numero 22 con le mute e le attrezzature da snorkeling, e ci dirigiamo verso il porticciolo. David è già lì che ci aspetta, e ci mostra la motonave con cui andremo a Española: si chiama Varkino, ed è tutt’altro che un barchino 😀.

Il capitano, baffuto e con ai piedi delle Crocs multicolore, ha l’aspetto consumato di un vecchio lupo di mare. Taciturno, altero ma allo stesso tempo ispira simpatia: è molto diverso dai capitani che finora abbiamo conosciuto, e che avremo modo di conoscere in futuro. Sembra quasi un europeo, trapiantato alle Galapagos.

Non sappiamo come o perché, ma questa cosa, questa impressione di autorevolezza, in un certo senso ci rassicura, visto che la traversata per andare a Española non sarà banale. Due ore a tratta, circa. Per questo si deve partire presto. Martin, la guida del parco che ci accompagnerà, è molto giovane, ma qui abbiamo già visto che non è affatto un problema.

Insomma, prendiamo posto come di consueto sul fondo della barca per soffrire meno il mal di mare, e si parte.

Come si può vedere dal nostro abbigliamento, è una bella giornata, il mare sempre comunque piuttosto mosso, ma tutto sommato la traversata è piacevole. Anche oggi siamo gli unici italiani fortunatamente, e gli altri passeggeri sono un misto di nazionalità: tedeschi, americani, e anche ecuadoriani del continente.

Arriviamo a Punta Suarez e l’approdo è un desembarque mojado: scarpe in mano, saliamo sul gommone e di lì sugli scogli, dove hanno ricavato una specie di scaletta. Facile come bere un bicchier d’acqua, e subito ci rinfiliamo le fidate Salewa e Salomon, ché ora andiamo a esplorare l’isola.

[Una lapide e piccolo faro sono le uniche opere urbanistiche dell’isola]

Non siamo l’unico gruppo di turisti, ma questo finora è il sito del Parco che sicuramente appare più incontaminato e più selvaggio, è facile sentirsi all’interno di un documentario del National Geographic, e contemporaneamente rendersi conto che da centinaia di migliaia di anni quest’isola è così.

Ci sono leoni marini, iguane di mare e lava lizards, vi nidificano gli Albatros, le Sule dai piedi azzurri, le Sule Nazca; vi volteggiano nel cielo Fregate e Falchi delle Galapagos, si muovono tra i cactus Candelabro e le Opuntias le tartarughe della sottospecie endemica dell’isola (ma non le vedremo, stanno dall’altra parte dell’isola). Il giorno e la notte hanno sempre la stessa durata, e questo ciclo quotidiano, millenario, fatto di minuti ed ere geologiche procede indisturbato, senza avere alcun bisogno di noi. La morte è come la vita: inevitabile, ma nessuno viene a seppellire i defunti. nessuno si sbarazza di carcasse inutili.

Ecco, allora. Non è che riesci proprio a capire, ma ti si insinua dentro una strana sensazione, come un barlume di consapevolezza che non puoi far altro che osservare queste cose, e che tu, oggi, essere umano che vive in una città europea, con i tuoi telefoni, le macchine fotografiche, il GPS, gli occhiali da sole e la crema solare protezione 50; tu con questa Natura, quella con la N maiuscola, la Natura che in un’isola buttata lì mezzo all’oceano come Española pulsa di un ciclo eterno di vita e di morte, di istinto senza ragione ma con sue leggi precise, ecco: tu oggi c’entri poco o niente, e contemporaneamente ne sei parte inevitabile.

Pensi che se la barca ripartisse senza di te, quando alle 18:30 di un tempo esclusivamente umano su quell’isola caleranno universalmente le tenebre, tutto sarebbe solamente buio. Ma contemporaneamente l’isola continuerebbe a vivere, sferzata dal vento e battuta dalle onde che non smetterebbero di infrangersi sulle scogliere; e se da una parte i leoni marini spiaggiati dormirebbero, da altre parti nel buio altri animali continuerebbero a fare la loro parte per sopravvivere.

A proposito di leoni marini. Tutti questi pensieri pseudofilosofici lasciano presto il posto alla considerazione più prosaica che qui i leoni marini puzzano ancora di più che altrove. Prima di iniziare il trekking all’interno dell’isola ci fermiamo con la guida in una spiaggia popolata dai simpatici e maleodoranti pinnipedi, dove ci viene fatta una introduzione generale sulle caratteristiche di Española.

Curiosità: come esempio dell’endemicità non solo morfologica ma anche comportamentale degli animali delle Galapagos, la guida ci racconta che qui lucertole della lava e leoni marini convivono abitualmente, ma non interagiscono; mentre invece sull’isola di Fernandina hanno sviluppato nei millenni un comportamento simbiotico, tale per cui le lucertole si nutrono dei tafani che si posano sui leoni marini spiaggiati, e questi ultimi sono ben contenti di lasciarsi ripulire dai fastidiosi insetti.

Dopo questo inizio didattico inizia la camminata. L’isola è molto arida, e veramente molto autentica, selvaggia, pristine, come la guida continua a ripetere. Durante il percorso ci imbattiamo in innumerevoli lucertole, iguane di mare, e nidi.

Vediamo finalmente i famosi Albatros, e, sorpresa sorpresa, assistiamo ad una danza di corteggiamento tra due Sule dai piedi azzurri.

Lì accanto ci sono diversi nidi di Sule Nazca, che hanno invece le zampe grigie. Anche le Nazca hanno una specifica danza per il corteggiamento: ma siccome le zampe grigie non hanno nessuna attrattività, il rituale è basato sull’offerta di piccoli doni, rametti e sassolini da parte del maschio verso la femmina.

I nostri preferiti rimangono comunque i Piqueros Pata Azul.

Gli Albatros hanno invece un aspetto un po’ inquietante, così grandi e con le teste bianche, e con questi pulcinoni pelosoni che sono grandi quasi come gabbiani e che se ne stanno lì per mesi incapaci di volare in attesa che mamma o papà gli portino da mangiare.

A circa metà del percorso assistiamo a un evento che ci mostra davvero tutta la durezza della natura incontaminata: una femmina di leone marino ha appena partorito, ma il cucciolo è immobile, quasi senza vita, sembra proprio non reagire agli stimoli della madre. Femmina e maschio accanto a lui dialogano tra loro, sembrano quasi litigare a suon di ruggiti e urla, e la femmina continua a fare di tutto per rianimare il cucciolo ma senza purtroppo riuscirci, e alla fine si allontana. La scena avviene all’ombra di un cespuglio, e per tutta la sua durata, dalla sommità di uno dei rami, un falco delle Galapagos è rimasto appollaiato, ad attendere immobile e minaccioso che i genitori si allontanassero, per potersi poi cibare del piccolo.

Alla fine però non lo farà e volerà via, probabilmente infastidito dalla nostra presenza, peraltro muta e rispettosa come da regolamento. Rimarrà comunque indelebile nella memoria questa scena, così affascinante nella sua durezza e crudeltà.

Al termine della prima parte del percorso arriviamo a una scogliera a picco sul mare, dove l’erosione dell’acqua e del vento ha creato una specie di sifone, che a intervalli più o meno regolari (a seconda dell’intensità delle onde) spruzza in aria l’acqua di mare come un geyser, o meglio come lo sbuffo di una balena in superficie. Lo chiamano blowhole.

Restiamo a contemplarlo e a riposarci, circondati da questo paesaggio spettrale. Poi ripartiamo, e lungo la strada del ritorno ci imbattiamo in nuovi nidi, nuove iguane di mare, nuove lucertole; fino a tornare alla spiaggia iniziale e ad imbarcarci per la seconda parte della visita a Española: lo snorkeling a Bahia Gardner.

[Senza maniiiiii!]

Durante il tragitto da Punta Suárez alla baia il marinaio imbandisce la tavola e pranziamo, affamati dopo queste prime tre ore sull’isola. E come al solito la comida non delude. Ormai abbiamo imparato che è meglio fare snorkeling a stomaco pieno che a stomaco vuoto, in barba ai consigli della nonna.

Lo snorkeling è spettacolare. È la nostra seconda esperienza, dopo Finado Bay a Isabela, ed è quasi meglio della precedente. Ci muoviamo con maggiore sicurezza, l’acqua è un po’ più profonda e fredda sì, ma non così fredda come temevamo. In più ci sono i leoni marini che giocano con noi e che si fanno riprendere come divi consumati. Già, riprendere: perché questa volta ci siamo ricordati di legarci al polso la videocamera, siamo riusciti a fare anche un filmato. Chi l’avrebbe mai detto? Ci scusiamo per la scarsa qualità delle immagini, ma c’è sempre una prima volta.

Restiamo in acqua una mezz’ora buona, che vola via. Mentre dopo esserci asciugati e aver bevuto qualcosa di caldo il capitano ci riporta a San Cristobal, abbiamo il tempo di ripensare alle cose fantastiche che abbiamo visto in questa giornata. Fantastiche. Un aggettivo ormai banalizzato, ma non mi viene in mente nient’altro.

[Quanti animali ci sono in questa foto? E quanti quintali di guano?]

[La Vedetta Galapaga]

Ringraziamo Española e i suoi animali per averci regalato queste emozioni. Lasciamoli lì dove sono, e come sono, nella loro solitudine selvaggia. Se non li disturbiamo andranno avanti così per altre centinaia di migliaia di anni.

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Galapagos – Isla Pinzón

Giovedì 23 agosto, ultimo giorno di escursioni prima del viaggio di ritorno. Andiamo a Pinzón: un’isola che è stata aperta da poco alle visite turistiche, infatti sulle nostre guide è l’unica delle Galapagos a non essere proprio menzionata. Piccola, inapprodabile, la si può visitare solo dal mare, facendo snorkeling in acque relativamente profonde.

Per la prima volta in dieci giorni, ahimè stamattina il cielo era completamente coperto, e pioveva anche un po’. Di solito qui sulle isole piove la notte, ma poi alle 6.30 già le nuvole sono in movimento e tendono ad aprirsi.

Abbiamo comunque imparato che ogni isola ha il suo microclima, quindi se a Puerto Ayora è brutto magari a Pinzón Island c’è un po’ di sole.

Del resto ci vogliono 90′ di lancia Patricia per raggiungerla. E in 90′ ne possono succedere di cose. Si possono vedere delfini correrci accanto, balene soffiare e un sacco di altri animali, che la guida non esita ad elencare carico di entusiasmo.

Già la guida simpaticona. Quando la incontriamo al porto è appena stato al supermercato e ha in mano una bella confezione plastificata di pan brioche: avrà saltato la colazione? Ne farà bocconi per i pellicani? Sarà mica il nostro pranzo? Secondo voi?

Ci accompagna tutto sorridente sul barchino taxi e di lì subito sulla Patricia, dove appena saliti ci fa togliere le scarpe che tanto oggi non ne avremo bisogno (???), poi ci dice che faremo un bellissimo snorkeling con la possibilità di vedere sugli scogli di Pinzón un paio di pinguini che abitano lì e che sulla via del ritorno ci fermeremo in una bella spiaggetta a descansare o a fare un secondo snorkeling in acque più calme. E addirittura! ma forse, potremo anche cimentarci in una fishing activity visto che la lancia è attrezzata con fishing rod e ha l’autorizzazione per la pesca.

Grandi sorrisi e grande entusiasmo. Poi ci fa mettere i giubbettini, cosa che noi comunque accogliamo con piacere visto che lo chaleco è una benedizione per la schiena: abbiamo ancora dei gonfiori sulle vertebre dalla traversata Santa Cruz – Isabela di una settimana prima.

Ma poi però chiude il discorso dicendo velocemente e sottovoce “The ocean today is not quiet, is roughly (sic)”.

Un po’ ce ne eravamo accorti da soli già soltanto uscendo dal porto. Ma poi dal porto ci siamo usciti davvero.

L’assenza di sole rendeva il tutto ancora più drammatico, come se qualcuno avesse messo un filtro alla scena per dipingerla più cupa. Con onde grigie alte così.

Nessuna altra barca intorno.

Noi eravamo in 7 + la guida + il capitano + il marinero. Doppia coppia di italiani di Milano + un signore del Maryland + una ragazza inglese + un ragazzo ecuadoriano. Los italianos gementes et flentes, gli altri tre tranzolli (perlomeno in apparenza, ché in un’ora e mezza non hanno emesso suono alcuno). Dopo circa 40′ di bumping senza sosta e una situazione in cui la barca si è librata nell’aria come un pesce volante almeno quattro-cinque secondi, per poi abbattersi sulle onde senza ammortizzatori, la signora italiana (l’altra) ha chiesto alla guida se andava tutto bene, se eravamo sicuri. La guida ha detto sì, che anche questo è il mare delle Galapagos, anzi che questo è il mare delle Galapagos. E che un’altra barca con un suo collega (“my best friend”) stava arrivando. Mal comune.

Diversivo balena. A un certo punto il capitano dall’alto della sua postazione ne avvista una e praticamente inchioda e spegne tutto. Per pochi minuti va un po’ meglio. Ma non abbiamo la forza di tirare fuori il telefono e staccare le mani dagli appigli per fotografare quella che sì effettivamente è una balena che ci fa vedere bene bene la sua pinnona e ogni tanto sbuffa.

Inganno megascoglio. “Eccoci ci siamo!” ci diciamo noi italiani quando vediamo e ci avviciniamo a quella che pensiamo sia Pinzón. Non è lei. Ciao megascoglio, noi andiamo avanti.

Poi arriviamo. E in effetti ha fatto in tempo a uscire anche un po’ di sole.

[Loro sono i mitici Suzuki Four Stroke: Stroke come bracciata e come infarto…]

E, momento magico, vediamo il primo e unico pinguino delle Galapagos della vacanza. Ci scruta immobile da uno scoglio un po’ lontano. Noi lì, e lui ci scruta immobile. Il famoso pinguino del malaugurio.

[Qui si vede meglio…]

Ci prepariamo per lo snorkeling. E qui la guida ci chiede se siamo tutti dei buoni nuotatori. Perplessità generale: cosa vorrà dire? Ci spiega allora che staremo in acqua massimo un’ora e che faremo solo da lì a là (tipo 100 m in tutto) perché per tornare da là a qui sulla barca dovremo nuotare controcorrente e ci vorrà un po’. Ma vedremo tartarughe marine, many sharks e gli amici leoni marini. Mi raccomando, alla larga dagli scogli che sono pieni di barnacles e ferirsi è un attimo.

Chiediamo un salvagente da usare eventualmente per riposarci ogni tanto. Accordato.

Il primo a buttarsi è sbrendon. Riemerge dopo 20 secondi di trance e dice solamente “è fredda”. 3 2 1 mi butto anch’io: “minchia se è fredda”. Ma è solo un attimo. Perché poi tutto passa quando ci avviciniamo al pinguino che è tanto carino ma sembra imbalsamato, finto, tipo statuetta del giardino. È lì sulla roccia e ci scruta immobile. Sbrendon ripete “è fredda”.

E poi via si pinneggia tutti insieme: ancora tartarughe, belle, colorate, vicinissime; vediamo dei ricci, dei banchi di pescetti d’argento che sembrano sardine. E all’improvviso il sole riesce a penetrare le nuvole e l’acqua è uno spettacolo perché si vede meglio e perché è più caldo.

Sbrendon cede la camera alla guida che vuole farci un video con le tartarughe. Noi e le tartarughe. Il risultato è pessimo. Tartarughe quasi sempre fuori campo e io che prendo teneramente per mano il giovane ecuadoriano accorgendomi poi da un anello al dito che non era sbrendon. Però è stato carino a lasciarmi fare… (poi in barca non se ne è parlato).

[Io sono io ma lui non è sbrendon 😤]

Proseguiamo verso la zona con gli squali che dormono. La guida ci dice “no flipping” e ci avviciniamo: li vediamo. Io mi scosto quasi subito. Non sono a mio agio. E mi si appanna la maschera. Sbrendon si avvicina di brutto e li riprende per quanto può, senza pinneggiare. Poi torna e dice “è fredda”.

Poi è la volta dei leoni marini. Vediamo alcuni cuccioli sugli scogli, sono soli, le madri sono andate a pescare. Subito arriva in acqua il maschio alfa: è enorme e fa il suo verso di rivendicazione per segnalarci la sua presenza. Lui è l’unico che non si allontana mai dalla sua zona e con cui non bisogna scherzare. È molto territoriale e se si invade il territorio (dove ci sono le sue femmine e i suoi piccoli) può diventare aggressivo. Quintali di aggressività. Ci manteniamo a debita distanza e lo vediamo salire gli scogli e mettersi in posizione di controllo: è dura la vita del maschio alfa di leone marino, non può mollare mai, 24/7, perché appena si allontana arriva un altro maschio e gli fotte femmine e cuccioli e territorio. Di solito quella vita dura un paio di settimane, poi cede alla stanchezza (fonte: guida Polaris).

Poi comincia a fare freddo, sbrendon dice “è fredda” e batte i denti e allora io gli do il consiglio della vita: girati, guarda il sole e riscaldati, basta che ti riscaldi un po’ le labbra e vedrai che va meglio. In effetti è vero. Peccato che sbrendon proprio oggi, solo oggi, non ha messo la crema solare, visto lo spesso strato di nubi (che all’Equatore peraltro non significano proprio nulla).

Gli altri milanesi chiedono alla guida di iniziare le manovre di rientro. Ci accodiamo, io pinneggiando all’indietro perché la maschera è appannata ai limiti dell’invisibile; sbrendon aggrappato al salvagente che invece che d’aiuto è un intralcio, visto che ha le gambe semicongelate e col salvagente le braccia sono a mezzo servizio. Arriviamo quindi alla lancia lentamente, con la corrente che ci risbatte indietro, e alla fine guida e anglofoni ci raggiungono e ci superano. Sbrendon, che voleva salire per primo, risale per ultimo, e togliendosi la muta dice “è fredda”. Si piazza quindi al sole per scaldarsi. Senza crema.

Il marinero ci accoglie con sette tazze di cioccolata tiepida e un pezzo di panino al burro (ah ah, svelato l’arcano…). E poi torna in cambusa a cucinare.

Ma stavolta si impegna, e in mezz’ora apparecchia la tavola e arriva con un delizioso tonnetto in salsa di agrumi, insalata e riso bianco. Top!

A questo punto viene messa ai voti la proposta fishing activity. La signora milanese (l’altra) mette in campo un campionario di gesti, frasi ed espressioni persuasive alla Frank Underwood, e la maggioranza si esprime per il NO con un bel 6 a 1 e decidiamo di soprassedere e di andare a riposare in spiaggia (ci spiace per il ragazzo ecuatoriano). Del resto anche la guida dice che abbiamo fatto la scelta giusta. E se lo dice lui…

35′ di bumping e arriviamo a Las Palmas Beach. Desembarque mochado. Ah, come a Espanola: ecco perché non servivano le scarpe! Sbrendon comincia ad arrotolarsi i pantaloni al ginocchio, quando la guida gli fa cenno che non ci siamo capiti. È mochado veramente, del tutto, nel senso che alla spiaggia ci si arriva a nuoto. Sì ok, come no! Noi siamo milanesi, e a questo punto anche un po’ imbruttiti, e quindi noi e gli altri due restiamo a bordo. Gli anglosassoni e l’ecuatoriano si rimettono le mute fradicie, la guida si butta in boxer: ma la mamma non gli ha detto che bisogna aspettare tre ore a fare il bagno dopo mangiato? Bah. Io e il milanese (l’altro) dormiamo; la milanese legge un libro (evidentemente non soffre di mal di mare), sbrendon contempla la spiaggia ed osserva le fregate che svolazzano e i leoni marini che fanno capolino tra le onde.

Gli anglosassoni tornano entusiasti che più entusiasti non si può: hanno visto “decine di tartarughe” e un leone marino parecchio giocherellone. Buon per loro.

L’amico marinero cocinero ci vizia con un’ottima insalata di frutta, che in Ecuador è sempre TOP, per addolcirci il tragitto di ritorno, ché ce ne è di bisogno. E los italianos peresosos più degli altri.

E poi via per gli ultimi 45′ di supplizio. Il cielo è di nuovo coperto. Superiamo agilmente un paio di altre barche, più piccole della nostra e allora capisci che ce la puoi fare. E infatti ce la facciamo. E sembra anche meno drammatico dell’andata. Sembra.

Alle 15.53 mettiamo piede a terra. Sandro di Guiding Galapagos (ora non più stagista ma promosso effettivo) ci aspetta al molo per accompagnarci in ufficio, dove dobbiamo restituire la mitica borsa 22 (“twenty-dos“) con tutta l’attrezzatura che abbiamo usato in questi intensi nove giorni sulle isole. Era l’ultima escursione, e abbiamo finito un po’ col botto.

Sbrendon per la prima e unica volta nella vacanza la sera accuserà il colpo. No crema = mezza insolazione. Tachipirina d’obbligo e lezione imparata: bisogna mettere sempre la crema solare anche quando sembra non essercene bisogno, soprattutto all’equatore, e anche se è l’ultimo giorno.😀

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Galapagos – Isla Baltra (Seymour Sud)

A Baltra ci si arriva e basta. Con l’aereo. Dal continente. Sulle Galapagos si vola solo dall’Ecuador. Poco più di due ore da Guayaquil, sulla costa.

[Questa non è Baltra, solo il primo pezzo di terra delle Galapagos]

Sempre che si riesca ad atterrare. Spesso c’è vento e la pista è corta. Dopo due tentativi falliti, l’aereo deve tornare a Guayaquil perché se tentasse una terza volta e fallisse non avrebbe più carburante. Indovinate un po’ noi? Secondo tentativo OK. Fiuuuuu…

L’aeroporto grande l’han fatto qui perché questa isola è l’unica a non essere di origine vulcanica, ma è solamente un pezzo di placca tettonica che esce dal mare. Quindi non c’è rischio di esplosioni. Ed è completamente piatta. Quindi ci sono 364 giorni di sole all’anno.

Non ci cresce quasi niente, solo qualche cactus e un albero che sembra morto, ma sta solo dormendo, per risparmiare energia. Non ci abita quasi nessuno se non i Marines (ecuadoriani – durante la Seconda Guerra Mondiale però l’isola ospitava una base militare americana che aveva il compito di proteggere il canale di Panama) e chi lavora all’aeroporto e al molo.

[Pausa pranzo]

Tutti tendono a coprire ogni centimetro di pelle, faccia compresa. Siamo all’Equatore…

Stiamo a Baltra meno di un’ora. Dall’aeroporto al molo e poi la traversata del canalino di Itacaba sono gestiti dal Parco Nazionale delle Galapagos con mezzi collettivi. La nostra guida ci consiglia di sederci sul lato sinistro del pulmino, per questo motivo qui.

Una volta arrivati a Isla Santa Cruz, partono i mezzi privati con cui ciascuno si è più o meno organizzato.

Fino a qualche anno fa qui si veniva solo in crociera, e si stava sempre in barca: si dormiva in barca, si mangiava in barca. A terra solo per qualche escursione e per prendere l’acqua.

Ora, per fortuna, si sta sempre più diffondendo un turismo più rispettoso e generoso con le persone che sulle isole ci vivono e che devono poter lavorare: hotel, ristoranti, agenzie con guide e mezzi, dive club, negozi, bike rent, artigiani… E in effetti di yatch e barche in generale non ne abbiamo visti tantissimi.

Noi abbiamo scelto una piccola agenzia – “Guiding Galapagos” – che arruola una decina di ragazzi del posto, sulle 4 isole, che ti vengono a prendere, ti seguono e ti accompagnano al porto o in altri meeting point, lasciandoti poi nelle mani delle guide del Parco Nazionale o dei marinai con cui ti hanno organizzato l’escursione: tutte persone esperte e gentili di cui bisogna solo fidarsi. Fanno in modo che tu sia sempre ben nutrito e idratato, e poi ti spediscono su un’altra isola o ti riconsegnano al mittente: un po’ come un pacco postale, con su scritto fragile e quindi trattato con la massima cautela e continuamente tracciato. Sanno (e lo sai anche tu) dove sei in ogni momento e dove sei destinato.

Certo, alle Galapagos si può venire anche in autonomia, eh e risparmiare un bel po’: abbiamo conosciuto anche una ragazza inglese che alloggiava con Airbnb, 40 dollari in due a notte ed era contenta.

Tutti però devono pagare 100 dollari di ingresso e poi si è liberi di muoversi ma solo tra le quattro isole abitate, che sono Santa Cruz, Isabela, San Cristobal e Floreana. Ci sono un paio di ferry (ferry = 20 pax al max) al giorno, uno la mattina presto, uno subito dopo pranzo: puoi comprare il biglietto in una delle tantissime agenzie che ci sono rispettivamente a Puerto Ayora, Puerto Villamil, Puerto Baquerizo Moreno (di Puerto Velazco Ibarra, il capoluogo di Floreana, sappiamo solo che è abitato da 100 anime, probabilmente non c’è una grandissima scelta di agenzie).

Da Santa Cruz, che è l’isola centrale, alle altre tre ci vanno due-tre ore, due-tre ore di bumping estenuante sulle onde di un mare spesso mosso, molte volte agitato. Isabela e San Cristobal sono collegate da una comodissima avioneta che in 45′ ti porta a destinazione in totale tranquillità permettendoti di fare anche qualche video notevole.

Poi, una volta sull’isola, per fare le escursioni di terra e soprattutto quelle di mare, occorre rivolgersi a una delle suddette agenzie che, in accordo con le guide del Parco Nazionale, ti accompagnano e ti illustrano il tutto, sui vulcani e sott’acqua.

Dal 1959 infatti il 97% del territorio è di proprietà del Parco Nazionale ed è superprotetto: territorio, flora e fauna, di terra, di aria e di mare. Ti controllano i bagagli col metaldetector e poi ci fanno camminare sopra un bel cagnone che deve cercare non tanto la droga quanto frutta e sostanze vive che possono contaminare l’ambiente. Ti controllano anche le suole delle scarpe soprattutto quelle da trekking, metti che introduci un seme – che so?!- di castagno. Poi il castagno attecchisce, cresce, si sviluppa e in un attimo diventa dannoso per la vegetazione nativa o endemica. Un disastro!!! Come quello che è avvenuto con la common guava, un bell’alberello che fa dei bei fruttini gialli con la polpa rosa moooooolto buoni (soprattutto come jugo) che stanno devastando tutto il resto. Hanno provato a estirparla ma niente, ricresce troppo in fretta. O quello che è successo con le capre che si facevano grandi abbuffate di iguane e tartarughe (piccole, perché quelle grandi chi le ammazza? – a parte l’uomo -). Sono state tutte soppresse, le capre.

Prima del ’59 le isole erano davvero selvagge. Ci si nascondevano i pirati e poi ci erano andati ad abitare ecuadoriani del mainland, soprattutto della costa. Dopo la guerra a Isabela c’era la colonia penale. Non c’era nessuna conoscenza né sensibilità sul lavoro di Darwin né sull’importanza naturalistica di queste isole. La nonna della nostra guida di Santa Cruz aveva una tartaruga gigante domestica, le dava l’insalata e la papaya. Ogni famiglia ne aveva una, o magari una iguana. Poi sono arrivati quelli del Parco, le han preso la tartaruga e le han detto “ok grazie signora, adesso ce ne occupiamo noi”.

E da lì le cose sono cambiate. In meglio. Sennò adesso non ci sarebbe più niente. E non per colpa della nonna…

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Galapagos – Isla Isabela

Isabela è l’isola più grande dell’arcipelago, ma non per questo la più popolata (da umani). La città principale e praticamente unica è Puerto Villamil, che non raggiunge i 1.500 abitanti.

Isabela, con Fernandina, è una delle isole più giovani: si trova ancora sopra all’hotspot, quindi i suoi 5 vulcani sono tuttora attivi, diversamente dalle isole più a est, che si sono spostate di milione di anni in milione di anni lontano dal punto caldo e dove ora i vulcani sono tutti spenti. Per questo qui a Isabela l’allerta è costante; l’ultima eruzione del Sierra Negra, quello dei 5 più vicino a Puerto Villamil, è stata nel 2005. Adesso che siamo qui noi l’allerta è “orange” ma questo non ci impedirà di goderci l’isola per tre giorni. Tre giorni intensissimi.

Arriviamo a Isabela nel pomeriggio del 16 agosto, dopo una navigata di 2 ore e mezza da Santa Cruz che mette a dura prova i labirinti delle mie orecchie e i nervi della fra che non si sente propriamente a suo agio ad essere sballottata dai cavalloni, sulla smagliante speedboat Britthany I (sic).

[“Non soffro di mal di mare, ho solo paura” cit. fra]

Sulla stessa barca anche due canadesi: Jason (nostro coetaneo più o meno) con il figlio 15enne. I due ci accompagneranno in gran parte delle escursioni sull’isola (erano stati con noi anche a Tortuga Bay a Santa Cruz). Vengono dall‘estremo nord canadese e Jason è docente universitario di Ecologia degli ambienti polari (gente normale noi no, eh?).

Arriviamo e tiriamo un sospiro di sollievo.

Al molo troviamo i leoni marini e “la simpatica guida John” di Guiding Galapagos che ci porta dritti dritti nella bella stanza dell’hotel Volcano, per poi andare a cena allo “Shawarma Hot” prima di crollare addormentati.

Venerdì 17 agosto.

Sveglia ore 6.30 (come sempre peraltro) ché ci attende la prima escursione con snorkeling. All’imbarcadero montiamo sulla mitica motonave Capricornio, guidata dal capitano Stalin (che in un Paese dove il presidente si chiama Lenin non stona affatto), e con la guida Luís che ci accompagnerà prima ai Tuneles di Lava e poi a Bahia Finado. Completa l’equipaggio un anonimo scrutatore delle onde, che mostra di saperla veramente lunga.


[la fra con Stalin]


[sbrendon e lo scrutatore delle onde]

Compagni di avventura degni di nota: oltre ai due canadesi, una coppietta di francesi, un brasiliano maniaco del selfie stick (che però guadagnerà 1000 punti quando al ginotto francese che dirà “siamo campioni del mondo” ribatterà “cuando tuvieron cinco, habla con migo“), e i mitici padre-e-figlio-leoni-marini: il padre panzone e il figlio smilzo col mal di mare che faranno snorkeling con il salvagente. O meglio: prima si butteranno in acqua con sicumera e maschera storta e boccaglio alla rovescia, poi sul punto di affogare verranno notati dallo scrutatore che lancerà l’allarme, e quindi afferrati da Luís che gli allungherà un salvagente e trattandoli da mentecatti (quali del resto un po’ erano) gli chiederà: “ma sapete nuotare, vero?”. Il dubbio non verrà sciolto.

Dopo circa un’ora arriviamo ai Lava Tuneles, che francamente ci immaginavamo più sotterranei, invece sono a pelo d’acqua, e creano un insieme di piscine naturali collegate da passerelle.

Lo spettacolo è strepitoso: un paesaggio che sembra di un altro pianeta, e intorno a noi tantissimi leoni marini, ma soprattutto le vere protagoniste: le Sule dai Piedi Azzurri, che appena le vediamo balzano in vetta a tutte le classifiche degli animali più fighi del mondo. Ci attardiamo a guardarle trotterellare goffamente e fischiettare (solo i maschi, quelli dalla pupilla più piccola, per attrarre la femmina, che è un po’ più grande di corporatura). Scattiamo giusto qualche centinaio di foto.

Dopo i Lava Tuneles, è la buona volta dello snorkeling. Andiamo un poco più in là, con il fido Capricornio, fino a Finado Bay, e ci buttiamo. Noi tutti con le mute e tremiamo dal freddo; Luìs in polo e boxer da bagno, agile come un’otaria nonostante il ventre diciamo così, prominente.

Stiamo dentro un’ora buona. Subito l’emozione TOTALE di nuotare a un metro scarso da una tartaruga marina gigante! E poi vediamo un sacco di pesci multicolori, squaletti che paura non fanno adagiati in fondo ai tunnel (con Luís che ti tiene per le caviglie e ti caccia dentro a forza per vederli), cavallucci marini (più grandi di quanto immaginassimo), razze di un colore giallo, e, dulcis in fundo, una enorme manta poggiata sul fondale che invece paura ne fa, ché se ti punge col pungiglione della coda vai diretto al creatore dopo un’indicibile agonia.

 

“Majestic”, come disse Jason. Davvero emozionante.

Riemergiamo. Caffè per scaldarci. Panino al tonno con quel loro pan brioche ormai irrinunciabile. Biscotto marca Tango che è al cioccolato bianco ma abbiamo una fame che ci mangeremmo una mangrovia intera. E Stalin avvia il motore per il ritorno. Che giornata intensa! Quante emozioni! Adesso a casa, doccia e a nanna. Poi guardiamo l’orologio e sono le 11.30, della mattina. Urca!

Ritorniamo a Puerto Villamil e John ci porta a pranzo. Il ristorante ha un nome emblematico: “Endemic Turtle”. Non male comunque. Pescado, riso e jugo (che novità). Poi abbiamo un paio di ore libere, prima dell’escursione pomeridiana.

Riposiamo? Non sia mai! Andiamo per il “Wetland Trail” sotto il sole cocente, a recuperare la prima cache delle Galapagos, e comunque vada la più a ovest e lontana da casa, almeno per quest’anno ma forse anche per un po’ di anni a venire.

Durante il tragitto avvistiamo i fenicotteri dell’isola, sono rosa ma un po’ meno rosa di quelli a cui siamo iconograficamente abituati. E poi altri uccelli e iguane marine e cactus Opuntia.

Rientriamo appena in tempo per ripartire di nuovo per il Giant Turtles Breeding Center. Ci viene a prendere ancora John insieme a Emma (che scopriremo poi essere sua cognata), una simpatica peperina che sarà la nostra guida per il pomeriggio e la mattina dopo. Andiamo al centro di allevamento per il ripopolamento delle tartarughe. Un posto assolutamente simile (anche se forse più piccolo) a quello che avevamo visitato a Rodrigues due anni fa. Possiamo dire che ormai siamo esperti in riproduzione di tartarughe, tanto che pure loro (le tartarughe) lo sanno, e un anzianotto dal carapace “a sella” ci fa le feste quando ci vede.

Terminata la visita facciamo il percorso inverso, a piedi, verso l’albergo. Fingiamo di vedere per la prima volta i fenicotteri, ma quel sentiero lo conosciamo bene; ammicchiamo accanto ai sassi dove un paio d’ore prima abbiamo occultato la cache. Pioviggina anche un po’, i fenicotteri sono più lontani, ci sono meno uccelli… anche stavolta dobbiamo ringraziare il Geocaching.

Per cena, il giusto coronamento a una giornata così intensa: aragosta a la plancha al Coco Surf, effettivamente il miglior ristorante dell’isola, con birra locale (che, indovina un po’, si chiama Endemica). Peccato che per colpa di una tavolata di gringos urlanti attendiamo il nostro piatto quasi un’ora. Ma alla fine siamo ben felici di mollargli 80$ per una cena top in una giornata da ricordare.

Sabato 18 agosto.

Potremmo dormire un po’ di più, ma ci svegliamo alla solita ora. Stamattina Emma ci porta alla caldera del vulcano Sierra Negra. Con noi anche i due canadesi.

Non è bel tempo purtroppo; divisi su due pickup facciamo un tragitto di circa mezz’ora nell’entroterra, dove salendo leggermente la vegetazione incomincia a cambiare, si fa meno arida; ci sono anche allevamenti di bovini, di certo specie né endemiche né tantomeno native.

[Auto connessa]

Arriviamo all’imbocco del sentiero che ci porterà alla caldera del Sierra Negra che piove proprio, ma siamo attrezzati, a parte il 15enne canadese che con le sue Skechers pattina sul fango che è una bellezza.

La vista del cratere è un colpo d’occhio impressionante, e impressionante è anche rendersi conto che il vulcano è ancora attivo, e scorre lava dall’altro lato, inaccessibile ai visitatori perché il sentiero è chiuso. L’ennesima spiegazione sulle due tipologie di lava, la Pahoehoe e l‘AA! è immancabile, e immancabilmente non ci capiamo una mazza, manco fosse la storia del Mariscal Ayacucho raccontata da Nelson.

Durante l’ascesa (circa tre quarti d’ora in lieve pendenza) Emma ci intrattiene parlandoci soprattutto di botanica, e di quanto l’albero di common guava, specie introdotta, sia diventato un problema grosso per le sue caratteristiche infestanti: sta colonizzando mezza isola, a spese del profumato palo santo e del cotone delle Galapagos che non può essere né colto né filato. Discorrendo amabilmente anche di pizza, pasta e comida ecuatoriana arriviamo in cima, nei pressi del mirador. E mentre Emma ci racconta di come l’eruzione del 2005, con la colonna di cenere alta centinaia di metri, colse lei diciottenne e il resto di Puerto Villamil nel bel mezzo della festa patronale, ecco che miracolosamente il cielo si rischiara, e proprio quando tocca a noi accedere al punto panoramico gran parte del cratere è scoperto e ben visibile, e c’è pure un bell’arcobaleno (tanto che Emma si mette a fare foto anche lei).

Quindi si ricomincia la discesa, durante la quale non riusciamo comunque a trovare un frutto maturo di guava da provare, ma ci imbattiamo in Peter, il fratello di Emma che pure lui è guida naturalistica, e che sta salendo verso il cratere con il suo gruppo. Poi, a pochi metri dal traguardo, il giovane canadese capitombola nel fango e rimedia una bella sbucciatura.

Si torna in albergo in pickup, ma sul più bello dobbiamo fermarci, la strada è bloccata.

Aguzzando la vista ci accorgiamo che stanno facendo riprese televisive, intervistano una donna in mezzo alla strada. Un astante chiarisce: è la ministra dell’ambiente in rappresentanza del governo, intervistata in merito al progetto di rinnovamento della strada. E a intervista finita, mentre passiamo, la ministra ci dice “Gracias”. Dopo la commemorazione del 9 agosto a Quito, possiamo davvero dire di essere ormai intimi, noi e il governo di Lenín.

In albergo a cambiarci, e poi di filato all’Endemic Turtle per il pranzo di mezzogiorno. Opto per gli spaghetti al pomodoro: dopo riso a colazione pranzo e cena ho le crisi di astinenza da pasta. E devo dire, con mia grande sorpresa, che si tratta tutto sommato di un piatto decente.

A questo punto, per la prima e unica volta alle Galapagos, abbiamo un pomeriggio libero. Decidiamo di affittare due bici e di andare in uno dei pochissimi posti, a Isla Isabela e non solo, visitabile in autonomia senza guide: il Muro de las Lagrimas.

L’agenzia Architravel consigliataci dalla “simpatica guida John” per affittare le bici è gestita, guarda caso, da sua sorella e dal marito Peter (il fratello di Emma). È la grande famiglia di Yazmany di cui ormai facciamo parte anche noi.

Inforchiamo le mountain bikes marca Godzilla e imbocchiamo il sentiero sabbioso che dall’Hotel Volcano costeggia la spiaggia verso ovest. Il tragitto verso la destinazione finale sarà di circa 7 km, con qualche interessante punto sul percorso.

Nella prima parte del sentiero, sotto un sole bruciante, pedaliamo sulla sabbia accanto alla spiaggia, dove qualche gringo passeggia o medita (non si fa il bagno, è pericoloso; al limite surf, ma solo per pochi). Dopo qualche centinaio di metri arriviamo al cimitero. Uno di quei cimiteri in riva al mare che fanno riflettere sul senso della vita, come quello che visitammo due anni fa a Rodrigues.

Quindi la strada percorre un bel sentiero battuto, dove qua e là si aprono deviazioni verso piccole lagune, o spiagge naturali.

Lungo il tragitto vediamo Opuntias, Cactus Candelabro, e il pericoloso Manzanillo, l’albero endemico con frutti simili a piccole mele velenosissimi per l’uomo, ma di cui le tartarughe vanno molto ghiotte. Già, le tartarughe: a bordo strada sentiamo dei rumori sospetti ed ecco due tartarughe giganti in fase di corteggiamento. Che per le tartarughe è molto semplice: il maschio insegue la femmina, che non ne vuole sapere di prendersi in groppa per due ore un maschio di più di un quintale e quindi solitamente scappa; il maschio continua a starle dietro finché questa non si stanca, o si incastra in qualche arbusto. È proprio quello a cui assistiamo: ma mentre il macho sta per montarle sopra, ecco che lei riesce a divincolarsi dai rami che la intrappolavano e ad allontanarsi a distanza di sicurezza. Il maschio rinuncia e va dall’altra parte.

Dopo un paio di chilometri dalla mancata scena turtlesex, arriviamo nei pressi di un mirador sopraelevato. La salita è erta, visto che abbiamo le gambe un po’ imballate, ma la vista è impagabile.

Dopo un’altra breve pedalata arriviamo a destinazione: il Muro delle Lacrime è una testimonianza di quando Isla Isabela non era ancora considerata una perla di biodiversità e il Parco Nazionale era di là da venire.

L’isola non era altro che un luogo di confino per criminali, e negli anni ’50 fu creata una colonia penale. Il muro, alto circa 5 metri e lungo 150, non aveva alcuna funzione: era semplicemente il risultato dei lavori forzati a cui erano costretti i prigionieri, in condizioni brutali. “De las Lagrimas” perché, come origliammo da una guida lì presente, “i criminali più forti piangevano, i più deboli morivano”. E ne morirono a centinaia. Sempre secondo la guida, alla presenza della colonia penale fu dovuta una certa cattiva fama dell’isola: per questo, a suo dire, è la meno popolata. Del resto, Emma ci disse che suo nonno fu uno dei primi coloni a Puerto Villamil, perché era un poliziotto che lavorava appunto alla colonia penale.

Il Muro è comunque emotivamente molto toccante. Immaginarsi tanto dolore e tanta crudeltà in un luogo così incontaminato dalla presenza umana risuona come un forte stridore. La natura è impietosa, abbiamo avuto modo di vederlo con i nostri occhi qui alle Galapagos: ma è, come dire, naturale. Non malvagità fine a se stessa. Il Muro è stato lasciato qui per ricordare questo, nella speranza che, almeno qui, possa servire a qualcosa.

Torniamo affrettando la pedalata, perché alle 18 abbiamo la scadenza del noleggio. Durante il tragitto di ritorno, però, deviamo leggermente verso la Playa de Amor, dove da lontano, mimetizzati negli scogli di lava nera, vediamo dimenarsi decine e decine di piccoli di iguana marina, con i maschi alfa che fanno la guardia, e agitano la testa verso di noi (è il loro modo di marcare il territorio).

Poi rientriamo a Puerto Villamil e la strada è bloccata. Ancora la ministra? No, altro che ministra, è la processione in onore della Virgen del Cisne, la Vergine del Cigno, una Madonna a cui gli ecuatoriani sono molto devoti, e che si festeggia a metà agosto. Per l’occasione c’è pure una piccola banda musicale arrivata apposta dalla città di Loja, a sud di Cuenca, dove il culto ha avuto origine e ogni anno i pellegrini fanno una processione ben più lunga (circa 70km!).

La processione ci rallenta un po’, ma giungiamo comunque in tempo al traguardo. Dopo aver restituito la bici, ci concediamo una rilassante passeggiatina in Puerto Villamil Downtown, nel velocissimo crepuscolo a latitudine zero.

Per cena, cambiamo posto. E grazie anche a Tripadvisor troviamo una trattoria veramente familiare, senza nemmeno il Wi-fi, dove ci concediamo due buone encocadas (pollo e pesce in salsa di latte di cocco, con immancabili arroz e patacones). Questa volta senza musica a tutto volume ma con l’aggiunta di una bella luce al neon.

Buen provecho!

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